Il mistero buffo di Fo e la sua combriccola nella milano che si reinventa

I decenni pieni di sollecitazioni culturali: dal Piccolo Teatro a Il Giorno. Un crocevia di talenti: Franca Rame, FrancaValeri, Franco Parenti, Jannacci, i Gufi, Gaber, Cochi e Renato, Ornella Vanoni, Luciano Bianciardi e l’irresistibile Beppe Viola.

Il mistero buffo di Fo e la sua combriccola nella milano che si reinventa
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29 Marzo 2026 - 19.05


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di Maurizio Boldrini 

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Sono decenni davvero particolari quelli che vive Milano tra gli anni Cinquanta e Sessanta: si ricostruisce tutto in gran fretta dopo i disastrosi effetti della guerra e ci si avvia al boom economico.  Si costruiscono case su case, strade e fabbriche. Dal Sud arrivano treni con milioni di persone in cerca di lavoro. Si mette la prima pietra dell’Autostrada del Sole e si rialzano le antenne della Rai. A Milano nasce un giornale davvero nuovo, il Giorno

In quella Milano studia e getta i primi semi della sua immensa arte, Dario Fo: Brera e poi il Politecnico. Questa sua formazione lo porterà a “ pensare il teatro (anche) come spazio, scenografia, pittura, architettura, come ha notato Simone Santucci  sull’ Huffpost. Nella testa del giullare sprizzava spettacolo un raffinato artista visivo”. Il triangolo da lui battuto andava dal Piccolo all’ Odeon fino al teatro Gerolamo. E’ in quei paraggi che incontra Franca Rame. Si sposano, naturalmente. Farse, testi sociali e politici, burle ironiche animano il loro agire. Metteranno in scena “Il dito nell’occhio” (con Franco Parenti e Giustino Durano), “I sani da legare”, “Ladri, manichini e donne nude”  e “Gli arcangeli non giocano a flipper”. 

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Molti anni dopo, Vittorio Emiliani che era stato uno dei protagonisti de Il Giorno, ricostruirà quel clima: “Milano era allora una città ancora coesa, uscita bene, orgogliosamente malgrado parecchi errori urbanistici, dalla fase epica della ricostruzione postbellica. Una città in cui l’amministrazione funzionava e il merito veniva ancora identificato, e spesso promosso, al di là delle origini sociali e regionali. Una solida città ricca di virtù e di vitalità, con aperture umane e culturali, sovente generose, laiche e cattoliche, nonostante l’insopportabile retorica del “coer in màn” e del panettone per i bimbi poveri, che il «Corriere della Sera» bene interpretava con quella sua area solenne, vecchiotta e perbenista”. 

Le sollecitazioni culturali non mancano: le stagioni del Piccolo Teatro di Paolo Grassi e Giorgio Strehler e quelle della Scala; il design industriale di Bruno Munari e il sistema editoriale che la faceva diventare capitale culturale. E una radio, Radio Milano poi Radio Popolare,  dove come in un laboratorio i due incrociavano nuovi talenti teatrali e musicali come Franca Valeri, Franco Parenti, Jannacci, i Gufi, Gaber, Cochi e Renato e Ornella Vanoni che cantava la “mala”. Insieme a loro c’erano poi scrittori come Luciano Bianciardi che scrive “La vita agra” e liberi pensatori come il giornalista Beppe Viola, autore del memorabile testo di un inno all’amore profano:  “Veronica che suonava la musica sinfonica ma la suonava con la fisarmonica”. 

E’ proprio nel cuore di questa Milano vitale che, nel 1969, Dario Fo compone Mistero buffo che viene presentato  nell’Aula Magna della Statale, occupata da migliaia di studenti. Sono anche gli anni di  Ci ragiono e canto, uno spettacolo di canti popolari da lui  diretto e allestito dal collettivo teatrale Nuova Scena del quale facevano parte Giovanna Marini, Rosa Balistreri, il Duo di Piadena, Caterina Bueno, Paolo Ciarchi e tanti altri artisti.  

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Fa effetto vedere come, oggi, a distanza di tempo e di memorie trasmesse, molti giovani cerchino su YouTube o postino nei reels  sui social canzoni di Fo e Jannacci e si ritrovino, tra le  dita che scorrono veloci, frizzi e lazzi di quel gruppo di personaggi che sfuggiva ad ogni stereotipo e a ogni moda dominante. Scoprono che non sono fantasmi digitali ma autentici artisti che hanno scombussolato le regole del gioco. Con molte cose ancora da dire. 

Basta cercare, qua e là in questo immenso archivio digitale, qualche loro creazione: Ho visto un re (con il testo di Dario Fo e la musica di Fo/Jannacci); Veronica (testo di Dario Fo e Sandro Ciotti, musica di Enzo Jannacci); L’Armando (testo di Dario Fo, musica di Enzo Jannacci); Prete Liprando e il giudizio di Dio (testo di Dario Fo, musica di Enzo Jannacci); Il primo furto non si scorda mai (testo di Dario Fo, musica di Enzo Jannacci); Faceva il palo (testo di Dario Fo, musica di Enzo Jannacci) . 

Dopo il decennio della ricostruzione e quello del boom arrivano i bui anni Settanta. Milano diventa una città che va di corsa, una città  cupa, sbandata, con il sangue di Piazza Fontana e la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, in questura.  Daio Fo smentisce le menzogne di chi sta indagando mettendo in scena caustica comicità dal marcato valore civile,  “ Morte accidentale di un anarchico”.  

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Da metà degli Anni Settanta fino agli anni Ottanta, sempre a Milano, una Palazzina Liberty  diventa il laboratorio della compagnia di Fo e Rame ma  anche un luogo abituale per assemblee comunali, per scontri sulla concessione della Palazzina e di  mobilitazioni popolari, Sono anche gli anni di una grande collaborazione con Radio Popolare dove s’inventano “Rubrica giovani” che era stata censurata dalla Rai: Dario Fo risponde agli ascoltatori in collegamento artigianale con decine di radio di tutta Italia. Sulle le censure a Dario Fo e Franca Rame ci sarebbe da aprire un nuovo e lungo capitolo. 

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