“Quel che resta degli uomini”, Manolo Farci e la crisi dei maschi senza copione

Tra smarrimento emotivo, solitudine e modelli mistici amplificati dai social, una generazione di giovani uomini cresce nutrendosi di narrazioni obsolete o sminuenti che li rendono sempre meno preparati ad affrontare il mondo moderno. Il saggio di Manolo Farci analizza le contraddizioni di una società che chiede di superare gli stereotipi senza offrire alternative.

“Quel che resta degli uomini”, Manolo Farci e la crisi dei maschi senza copione
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31 Marzo 2026 - 20.08


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di Martina Narciso

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Per anni la questione della mascolinità è stata lasciata nell’ombra, ma oggi le cose stanno cambiando e quando si rompe il silenzio ciò che viene alla luce è una nuova crisi che sta sfidando l’universo maschile. In Quel che resta degli uomini (2025), Manolo Farci* mette insieme dati, storia, politica ed economia per portare a galla quello smarrimento identitario della generazione maschile, senza né cavalcare le correnti che tendono a sminuirlo né annegare nel mare delle idealizzazioni obsolete e prescrittive.  

Quello della mascolinità, spiega il professore nella sua Introduzione, non è un concetto semplice da definire, perché è fondamentalmente un’idea astratta. Attorno a essa ruotano stereotipi e vecchi cliché, atteggiamenti e comportamenti ideali, codici non scritti e chiacchiere bisbigliate che quasi mai corrispondono alla vera realtà quotidiana. «La mascolinità – sintetizza lucidamente – è stata per anni simile al Fight Club: la prima regola è che non se ne parli», e allora Manolo Farci parte da questa constatazione, si ribella a tale regola e tenta di parlare, soprattutto ai ragazzi, aiutandoli a scoprirsi e ad accogliersi.

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I problemi dei ragazzi sono sostanzialmente tre. Il primo è la disregolazione e disconnessione emotiva, banalmente ridotto allo slogan “boys don’t cry”. I ragazzi fanno fatica a dare voce alle proprie emozioni e ancora di più a provarle, il che di rimando si collega al secondo problema, quello della recessione dell’amicizia maschile. È difficile instaurare una connessione autentica tra individui che in principio hanno imparato a dissimulare la propria emotività tanto da nasconderla anche a se stessi. E, laddove si vuol far vedere qualcosa arriva il terzo problema, perché di certo non si mette a nudo la propria fragilità, ma ci si veste di una maschera performativa che non vuole mostrare, ma solo dimostrare.

Tutto ciò crea una pressione di gruppo e un senso di smarrimento personale che non sa dove andarsi a incasellare, perché non si vuole abbandonare il controllo della scena e neanche si riesce a inventare un copione diverso. «Ai ragazzi spesso non è offerta nessuna direzione» spiega Farci, attenzionando come la società inviti da una parte a liberarsi dagli stereotipi tradizionali, e allo stesso tempo non sa accompagnarli verso nessun percorso di superamento di quegli stereotipi. 

Viene lasciato indietro chi non ce la fa e il rischio è che tra lo smarrimento si faccia strada una narrazione della mascolinità ispirata «da una sorta di mistica da cavernicoli». Appaiono così sui social gli «apostoli della virilità smarrita» e i «guru della mascolinità», che dispensano visioni del mondo interpretate con un’etica del tutto travisata, incitano a riconquistare il proprio posto nella società, divulgano le proprie teorie da mentalità vincente ed elargiscono considerazioni sulle donne che «oscillano tra l’oggettificazione e il risentimento».

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Le piattaforme non fanno che amplificare il successo di tali narrazioni, con il rischio che non solo si inizino a frequentare sempre più gli spazi della manosphere («un vasto ecosistema di comunità digitali dove anti-femminismo e misoginia circolano liberi da filtri»), ma anche che la crisi della mascolinità venga poi sfruttata, monetizzata, strumentalizzata e cavalcata politicamente. I conservatori leggono la sensibilizzazione sui disagi maschili come un pretesto per declinare propagande antifemministe, e i progressisti non riescono ad andare oltre al mito della decostruzione maschile senza realmente riconoscere la sofferenza maschile.

Il risultato è un cortocircuito che rende impossibile un dialogo autentico e trasformativo e non risolve il problema identitario forte del cosa significa essere uomo. Trovare una soluzione non è semplice (e d’altronde, come potrebbe voler far crollare millenni di patriarcato non esserlo?), tuttavia in Quel che resta degli uomini un consiglio è chiaro: non incolpare a priori, né instillare modelli sempre più normativi, bensì inseguire una moralità, più che una mascolinità. 

E farlo riscoprendosi, ritrovandosi, prendendosi cura degli altri, empatizzando e badando al mondo esterno senza trascurare quello interno. Non dire come e chi si dovrebbe essere, ma accogliere chi si è in embrione. 

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*Manolo Farci é Professore associato presso il Dipartimento DISCUI dell’Università di Urbino Carlo Bo dove insegna Sociologia della comunicazione e dei media digitali. I suoi principali interessi di ricerca sono nel campo dei media e Internet studies, con un focus sulla maschilità e i gruppi antifemministi. È journal manager di «Mediascapes Journal».

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