Lo spettacolo che si gioca oltre il campo, tra tv, social e tifoserie

Le emittenti internazionali puntano su ritmi serrati, analisi supportate dai dati, contenuti brevi e una forte integrazione con le piattaforme digitali. La Rai appare invece ancorata a un modello anni Ottanta. I social hanno già eletto i loro vincitori, i tifosi della Norvegia.

Lo spettacolo che si gioca oltre il campo, tra tv, social e tifoserie
I tifosi norvegesi in Times Square a New York
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Marcello Cecconi Modifica articolo

22 Giugno 2026 - 17.59


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C’è un altro Mondiale che si gioca lontano dal campo. È quello delle televisioni, delle piattaforme digitali e dei social network, dove il nuovo Mondiale della Fifa sta cercando linguaggi diversi per conquistare pubblici sempre più frammentati. È il Mondiale dei media, dei social network e delle tifoserie, un racconto parallelo che spesso corre più veloce delle partite e che contribuisce a definire l’immagine dell’edizione 2026 ospitata da Stati Uniti, Canada e Messico.

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Sul fronte televisivo si osserva una netta differenza di linguaggi. Le emittenti internazionali puntano su ritmi serrati, analisi supportate dai dati, contenuti brevi e una forte integrazione con le piattaforme digitali. Il racconto non si esaurisce nel post-partita ma continua sui social, tra clip, backstage, reazioni e contenuti pensati per essere condivisi. Come dice Aldo Grasso “il calcio non è più il rito pagano collettivo che era e che dovrebbe essere ma sembra una lunghissima convention della Fifa in cui, ogni tanto, qualcuno prende a calci un pallone”.

In questo panorama la Rai appare invece ancorata a un modello più tradizionale. Lo studio guidato da Paola Ferrari, con Marco Tardelli e Paulo Roberto Falcão, richiama il grande salotto calcistico del passato. Una scelta che privilegia esperienza e memoria storica ma che spesso fatica a reggere il confronto con il dinamismo del racconto contemporaneo. La conduttrice resta saldamente al centro della scena e i due ex campioni, pur forti di un prestigio indiscutibile, finiscono per proporre un commento più evocativo che incisivo. Il risultato è una trasmissione che sembra arrivare direttamente dai Mondiali degli anni Ottanta. Forse rassicurante per alcuni, ma distante dalla velocità e dalla frammentazione del consumo mediatico attuale.

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Tra Sky e Dazn, invece, la sfida è quella tra due modernità diverse. Sky resta fedele alla propria tradizione con molto studio, molti analisti, molta tattica. Un racconto robusto e autorevole, ma talvolta appesantito dall’eccesso di commento. Dann punta invece sulla velocità, sulla contaminazione con i social e sulla capacità di trasformare ogni episodio in un contenuto autonomo. In un Mondiale consumato sempre più attraverso smartphone e piattaforme digitali, è probabilmente questa la direzione che meglio interpreta le abitudini del pubblico più giovane.

Se le televisioni si dividono tra innovazione e tradizione, i social hanno già eletto i loro vincitori, i tifosi. Il fenomeno più sorprendente arriva dalla Norvegia. Tornati al Mondiale dopo ventotto anni di assenza, i sostenitori scandinavi hanno conquistato internet con la “Viking Row”, una gigantesca coreografia collettiva che trasforma gradinate, fan zone, stazioni, Times Square e persino scale mobili in un enorme drakkar vichingo. Migliaia di persone si muovono all’unisono simulando la remata di una nave nordica, accompagnati dal battito dei tamburi. Anche i membri dello Stortinget (Parlamento norvegese) si sono resi protagonisti di un’insolita “Viking row” all’interno dell’aula parlamentare per sostenere la nazionale di calcio impegnata ai Mondiali. Le immagini hanno fatto il giro del mondo e sono diventate uno dei simboli non ufficiali del torneo.

In fondo, il Mondiale visto da fuori racconta proprio questo. Da una parte le televisioni che cercano una nuova identità tra tradizione e innovazione, dall’altra i tifosi che, grazie ai social, diventano essi stessi protagonisti dello spettacolo adeguandosi, inconsapevolmente, alle esigenze dell’enorme business della Fifa.

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