È morto Jürgen Habermas, uno dei più influenti pensatori del Novecento

Il pensatore tedesco ha ridefinito il rapporto tra democrazia, opinione pubblica e società moderna.

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14 Marzo 2026 - 18.37


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La filosofia contemporanea perde una delle sue figure più autorevoli. È morto a 96 anni il filosofo tedesco Jürgen Habermas, tra i pensatori più influenti del secondo Novecento. Si è spento a Starnberg, nella Germania meridionale. La notizia è stata confermata dalla casa editrice Suhrkamp Verlag, citando la famiglia.

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Nato nel 1929 a Düsseldorf, Habermas ha attraversato e interpretato alcune delle trasformazioni più profonde dell’Europa contemporanea. Filosofo, sociologo e intellettuale pubblico, è stato insieme allo scrittore Günter Grass e al poeta Hans Magnus Enzensberger uno dei protagonisti della vita culturale della Repubblica Federale Tedesca nel dopoguerra, contribuendo per decenni ad alimentare il dibattito pubblico.

La sua formazione iniziale fu filosofica: nel 1954 conseguì il dottorato all’Università di Bonn con una tesi dedicata al pensiero di Friedrich Wilhelm Joseph Schelling. Tuttavia il suo percorso intellettuale si sviluppò presto in una direzione interdisciplinare, intrecciando filosofia, sociologia e teoria politica. Lo stesso Habermas amava ricordare di appartenere a una generazione di filosofi che non prendeva troppo sul serio i confini tra le diverse discipline.

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Nel 1956 fu chiamato da Theodor W. Adorno a collaborare con l’Institut für Sozialforschung di Francoforte, il centro della cosiddetta Scuola di Francoforte. In quell’ambiente intellettuale Habermas si affermò progressivamente come uno degli eredi più importanti della teoria critica, sviluppando un pensiero capace di unire riflessione filosofica e analisi della società contemporanea.

Accanto alla carriera accademica, Habermas partecipò attivamente al dibattito pubblico tedesco, soprattutto negli anni del movimento studentesco degli anni Sessanta. In un primo momento guardato con simpatia dagli studenti, non esitò però a criticare le derive radicali del movimento. Rimase celebre lo scontro del 1967 con il leader studentesco Rudi Dutschke, accusato dal filosofo di aprire la strada a quello che definì provocatoriamente un “fascismo di sinistra”, denunciando il rischio di giustificare la violenza politica.

Nel corso della sua lunga carriera universitaria, tra Francoforte, Marburgo e Heidelberg, Habermas elaborò concetti destinati a entrare nel lessico politico e filosofico europeo. Tra questi il “patriottismo costituzionale”, una formula pensata per una Germania ancora segnata dal trauma del nazismo e alla ricerca di una nuova identità politica non fondata sull’etnia o sulla tradizione nazionale, ma sui valori democratici della Costituzione.

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Dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989 interpretò gli eventi che portarono alla fine della Repubblica Democratica Tedesca come una “rivoluzione della ripresa”. Con questa espressione voleva sottolineare come, per la prima volta nella storia tedesca, una grande trasformazione politica sembrasse nascere dall’iniziativa dei cittadini piuttosto che da decisioni imposte dall’alto.

Negli anni successivi Habermas continuò a intervenire nelle discussioni politiche e sociali europee. Dopo la crisi finanziaria globale del 2008 criticò l’euforia che aveva accompagnato la fine del blocco sovietico e la diffusione del neoliberismo, sostenendo che la sfida del presente non fosse superare il capitalismo, come immaginava il marxismo tradizionale, ma “addomesticarlo”, sottoponendolo a regole democratiche e sociali.

Negli ultimi decenni della sua vita si è dedicato anche alla filosofia della religione. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 introdusse il concetto di “era post-secolare”, sostenendo che nelle società moderne la religione continua a svolgere un ruolo pubblico e non può essere semplicemente relegata alla sfera privata.

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Con la morte di Habermas scompare uno degli ultimi grandi filosofi pubblici europei: una voce critica e autorevole, un pensatore capace di combinare rigore accademico e impegno civile, ricordando al mondo che il dialogo e la ragione restano strumenti indispensabili per affrontare la storia e il presente.

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