Perché sempre più genitori al mondo preferiscono avere una figlia

Uno studio pubblicato da The Economist e Cornell University mostra come stia crescendo la preferenza per le figlie. Un cambiamento che riflette trasformazioni sociali, culturali e paure legate alla crisi del maschile.

Perché sempre più genitori al mondo preferiscono avere una figlia
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23 Gennaio 2026 - 19.33


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di Chiara Monti

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Per molto tempo, in numerose società, il figlio considerato ideale era quello di sesso maschile. Le ragioni? Assicurava la continuità della discendenza, una maggiore protezione economica e un sicuro riconoscimento sociale. Oggi il quadro sta mutando: secondo uno studio congiunto de The Economist e della Cornell University in diverse aree del mondo, in particolare nei paesi ad alto reddito, un numero crescente di genitori afferma di preferire una figlia femmina piuttosto che un figlio maschio. I sondaggi condotti dallo studio qualitativo confermano anche che la preferenza per i maschi si stia riducendo anche nei Paesi in via di sviluppo come Pakistan e Bangladesh; quando viene espressa, la maggior parte delle famiglie desidera un equilibrio tra maschi e femmine. Nei Paesi ricchi, invece, emerge una crescente preferenza per le figlie, visibile nei comportamenti riproduttivi, nelle scelte di fecondazione assistita e nelle adozioni.

Le ragioni di tale cambiamento sono complesse. In alcuni contesti, come la Cina, la preferenza per le figlie può riflettere il desiderio di evitare le difficoltà sociali ed economiche associate all’eccesso di uomini. In altri casi, essa sembra legata a percezioni secondo cui le bambine sarebbero più facili da crescere, più affidabili nel tempo e più propense a mantenere legami familiari, soprattutto nella cura dei genitori anziani. A ciò si aggiungono problemi sociali che colpiscono gli uomini nei Paesi sviluppati: questi, infatti, mostrano difficoltà scolastiche che sfocia in un rendimento peggiore, mostrando più difficoltà nel passaggio verso un lavoro stabile, autonomia e stabilità finanziaria. A ciò, aggiunge lo studio, si aggiunge una maggiore esposizione alla violenza, al suicidio e all’esclusione sociale. Tutto questo rende i figli maschi una fonte di incertezza per molti genitori.

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Una crescente presa di coscienza culturale sulla misoginia sembra, inoltre, contribuire a questo cambiamento. Come osserva sempre The Economist, nel libro ‘BoyMom’ l’autrice Ruth Whippman rileva come negli ultimi anni l’immaginario pubblico sia stato segnato da notizie su comportamenti maschili problematici: dal #MeToo ai casi Weinstein, Epstein e Tate, diventati simboli di un maschile percepito come pericoloso. A rafforzare questa rappresentazione hanno contribuito, forse, anche gli ultimi prodotti culturali e mediatici, da Adolescence a The Boys, Euphoria, American Psycho e You: produzioni streaming che raccontano un maschile violento, fragile o fuori controllo. Sempre secondo Whippman, crescere figli maschi in questo contesto è diventato fonte di ansia, associata a una lunga serie di timori legati alla violenza, all’immaturità emotiva e al rifiuto del lavoro di cura. Un cambio di “preferenze” che riflette un cambiamento globale nel modo in cui la società tratta uomini e donne.

Questo quadro si intreccia con il dibattito sulla violenza di genere e segnala una crisi delle rappresentazioni del maschile. Il passaggio dalla preferenza per i figli maschi a una maggiore inclinazione verso le figlie riflette così una rielaborazione collettiva del significato attribuito agli uomini, alimentata dalla centralità della violenza di genere nel discorso pubblico. In Italia, l’omicidio di Giulia Cecchettin nel 2023 ha segnato uno spartiacque simbolico, rafforzando l’idea di una maschilità talvolta incapace di accettare la fine di una relazione. Poiché molti femminicidi avvengono in ambito affettivo, il maschile appare oggi spesso associato al rischio della violenza. In questo contesto, la crescente preferenza per le bambine riflette un riequilibrio delle paure e delle aspettative sociali: se un tempo erano considerate uno svantaggio, oggi sono i maschi a essere guardati con sospetto.

La tecnologia – come accaduto in passato – potrebbe però rilanciare la selezione del sesso. Se con l’avvento dell’ecografia a basso costo la scelta del sesso diventò possibile, comportando un vero massacro di feti femminili (secondo la testata dal 1980 sono nate circa 50 milioni di bambine in meno rispetto a quanto ci si sarebbe aspettato), oggi test sempre più precoci e la diffusione della fecondazione in vitro rendono possibile orientare le scelte riproduttive. Anche a parità di equilibrio naturale, la preferenza per le figlie resta significativa. Come gli aborti selettivi nei Paesi in via di sviluppo riflettono disuguaglianze profonde, così l’inclinazione verso le bambine nei Paesi ricchi rivela trasformazioni sociali e culturali che ridefiniscono il valore attribuito ai generi.

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In generale, l’aumento della preferenza per le bambine non indica necessariamente emancipazione e non risulta un rifiuto dei figli maschi. È, piuttosto, il risultato di trasformazioni sociali, economiche e culturali che stanno ridefinendo il valore attribuito ai generi, rivelando come le disuguaglianze e le paure collettive non scompaiano, ma tendano a riorganizzarsi e a spostarsi da un genere all’altro.

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