Nel 1973 scoprimmo improvvisamente che il petrolio non cresceva negli orti come l’insalata. Fu lo shock seguito alla Guerra del Kippur, quando i paesi arabi decisero che forse non era più il caso di continuare a inchinarsi all’Occidente. In Italia la risposta fu quella tipicamente nazionale, creatività condita con una dose di improvvisazione e vissuta con la leggera filosofia dei quattro amici al bar.
Arrivarono le famose domeniche a piedi. Un provvedimento che oggi verrebbe raccontato come una misura emergenziale drammatica, ma che all’epoca sembrava quasi una camminata fuori porta organizzata dalle Questure cittadine. Le città improvvisamente silenziose, le famiglie a passeggio in mezzo alle strade, i bambini in bicicletta dove il giorno prima sfrecciavano le pretenziose Fiat 128. Più che una crisi energetica sembrava una sagra settimanale. Non si parlava troppo di resilienza energetica ma si tirava fuori il pallone e s’andava.
Alle dieci di sera poi si spegnevano le luci pubbliche. Un Paese intero andava a dormire prima, o almeno fingeva. Le vetrine al buio, le insegne spente, i bar che abbassavano le serrande con disciplina quasi svedese, che conoscendo i nostri standard rasentava il miracolo. Certo, la paura della guerra c’era. Il Medio Oriente era già un posto complicato, ma non avevamo la sensazione che il mondo potesse saltare in aria da un momento all’altro. La crisi energetica era seria, ma non apocalittica.
Oggi invece basta che qualcuno pronunci le parole “Stretto di Hormuz” e improvvisamente sembra che metà dell’Occidente debba fermarsi. Nel frattempo, viviamo nell’era tecnologica con i pannelli fotovoltaici, pale eoliche, batterie intelligenti, algoritmi che ottimizzano tutto. Eppure, ci resta l’impressione che se lo Stretto si chiudesse per qualche settimana dovremmo andare a rimestare in cantina per cercare antiche candele.
Il paradosso è che consumiamo il 40% in meno di petrolio di allora. L’industria pesante, che negli anni Settanta beveva greggio come i tifosi dello Sparta Praga prima della partita, oggi è diventata quasi un ricordo. Nel 1973 l’Italia dipendeva per circa l’80% dal petrolio e dal gas liquefatto dei paesi arabi e nel frattempo abbiamo diversificato, cambiato tecnologie, migliorato l’efficienza. Poi è arrivata la guerra in Ucraina e, come in una tragicommedia energetica, ci siamo ritrovati di nuovo a guardare con interesse verso il Golfo.
Chissà se la creatività all’italiana stavolta risolverà la crisi energetica causata dalla guerra in corso nel Medio Oriente comprando da Trump, che da giorni si stropiccia le mani, o addirittura seguendo le sue s’trump’alate indicazioni che ci spediscono di nuovo a rifare affari con lo zar di Mosca. Nel caso, però, che austerità fosse ancora necessaria, oggi non basterebbe scendere dall’auto e andare a piedi perché gran parte dell’energia che consumiamo non è più solo quella del motore ma anche quella dei server, delle reti, dei social, degli smartphone.
E allora proviamo ad immaginare un’austerità 2.0: “Domenica senza rete”. Facebook frizzato, Instagram al buio, TikTok oscurato, WhatsApp zittito come una radio Geloso degli anni Sessanta nel salotto buono. Ecco, solo allora, con lo smartphone spento e il router che dorme potremmo rivivere le sensazioni del 1973. Milioni di italiani improvvisamente costretti a parlarsi dal vivo, guardarsi negli occhi, magari perfino uscire di casa.
Non mancherebbe tanto il petrolio ma la cosa più preziosa del XXI secolo: il campo, la maledetta copertura di rete.
