Università pubblica, il soffocamento come politica e la resa silenziosa dei rettori

Una riflessione dedicata alle sfide dell'università pubblica italiana, tra sottofinanziamento, criteri di riparto delle risorse e cambiamenti nella governance del sistema. Ne ha parlato il professore Filippo Belloc su Il manifesto e sulla rivista Roars.

Università pubblica, il soffocamento come politica e la resa silenziosa dei rettori
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28 Luglio 2026 - 13.18


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Il professore Filippo Belloc, docente di Politica Economica e Direttore del Dipartimento di Economia Politica e Statistica dell’Università di Siena, ha scritto il 24 luglio un articolo pubblicato su Il manifesto dedicato al tema delle università italiane. Lo stesso contributo è stato successivamente pubblicato in una versione più ampia sulla rivista Roars, fondata nel 2013, che promuove il dibattito sulle politiche della ricerca, sui sistemi di valutazione e sulla formazione terziaria, divenuto negli anni uno dei principali punti di riferimento italiani per la discussione pubblica e la mobilitazione della comunità accademica. Pubblichiamo, per gentile concessione de Il manifesto e Roars, il testo integrale dell’articolo.

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di Filippo Belloc

Non si ferma il soffocamento dell’università pubblica. E’ confermato che nel 2026 il finanziamento complessivo non registrerà alcun aumento reale. Ora è in arrivo il decreto con cui il fondo verrà ripartito tra gli atenei: non solo poche risorse, ma regole di distribuzione che condannano al declino la maggior parte delle università italiane.

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Lo scorso 26 giugno, al Tecnopolo Dama di Bologna, la ministra Anna Maria Bernini aveva annunciato con toni trionfali (nel pieno stile autocelebrativo di questo governo) 50 milioni di euro aggiuntivi per l’FFO, il fondo di finanziamento ordinario. Una cifra irrisoria rispetto a un fondo che vale circa 9,4 miliardi. Ma comunque quell’aumento, nella sostanza, non c’è. Il fondo complessivo rimane praticamente fermo in termini nominali e risulta persino ridotto se si considera che nella sua composizione entrano partite spostate da altri capitoli, come il piano straordinario per i ricercatori del Pnrr (circa 11 milioni di euro), che, per altro, stabilizzerà solo una minima parte degli oltre ottomila precari con contratto in scadenza (perché sottodimensionato rispetto a quanto sarebbe necessario, e perché sarà solo in parte utilizzato da diversi atenei per ragioni che sarebbe interessante approfondire).

Sancito il sottofinanziamento, è in arrivo ora il decreto di riparto. La bozza è pronta e ha appena ricevuto (il 23 luglio) parere favorevole dal Consiglio universitario, proprio mentre lo stesso Cun è sotto attacco, per essere ridotto a spettatore passivo da un progetto di riforma già al Senato. I numeri della bozza raccontano una spartizione impietosa: 53 atenei su 66 avranno nominalmente un incremento dello 0%, che in realtà, considerando inflazione e spostamento di partite di bilancio, significa un arretramento. E poteva venire fuori qualcosa di perfino peggiore, se si considera che è solo attraverso un patto solidaristico tra atenei che la clausola di salvaguardia ha fermato le variazioni minime allo 0% (per molti atenei altrimenti si sarebbe avuta una variazione negativa rispetto al 2025, anche in termini nominali).

Questo è il risultato dell’imposizione, da parte del ministero, di un meccanismo di riparto fondato su criteri dimensionali (non è un percorso iniziato da questo governo, ma questo governo persevera sulla stessa disastrosa strada). 

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Due terzi dell’FFO (il rimanente è prevalentemente attribuito via quota storica) vengono distribuiti attraverso due algoritmi. Il primo è il famigerato costo standard, basato sul numero di studenti. È il dispositivo che spinge gli atenei a inseguire iscritti in ogni modo possibile, alimentando derive da “laureificio” sempre più vicine al modello delle telematiche: corsi online senza adeguate infrastrutture, abbassamento della qualità, corsi acchiappa-iscritti al posto dei saperi che non fanno massa ma restano strategici per il paese.

Un meccanismo suicida se si guarda alla demografia: l’Istat certifica che le nascite in Italia sono crollate di oltre un terzo dal 2010 a oggi, e questo significa che nei prossimi quindici anni la platea potenziale di studenti si ridurrà nella stessa proporzione. Ancorare il finanziamento a un numero di iscritti che strutturalmente si assottiglia condanna gli atenei medi e piccoli a un’asfissia lenta e programmata. La quota riferibile al costo standard, per di più, nel 2026 aumenta, passando dal 36% al 38% dell’FFO.

Il secondo algoritmo è la cosiddetta quota premiale. Ma di premiale ha pochissimo. Per come è calcolata, la quota premiale si rivela quasi perfettamente proporzionale alla dimensione degli organici. Il sistema di valutazione della ricerca, infatti, oltre a essere contestato da larga parte della comunità scientifica, incide molto meno di quanto la retorica ministeriale lasci intendere e finisce per pesare pochissimo sull’FFO: conta chi ha più docenti, non chi fa ricerca di qualità. 

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Messi insieme, i due meccanismi innescano una spirale, che fa arrivare le briciole ai pochi atenei già forti, mentre il resto del sistema arretra. La ragione è semplice da comprendere: i criteri di riparto definiscono come distribuire una torta che non cresce (cioè l’FFO complessivo), e se alcuni (pochissimi) atenei prendono più risorse, gli altri (molti) inevitabilmente ne prendono sempre di meno. Anno dopo anno, il grosso del sistema universitario è quindi costretto a tagliare servizi, offerta didattica, progettualità scientifica e reclutamento, perdendo studenti e organico, avvitandosi in un pericoloso circolo vizioso, da cui sarà sempre più difficile uscire. 

Questa non è la conseguenza di una sbadata scelta tecnica. E’ bensì il prodotto della consapevole scelta politica di svuotare la funzione sociale dell’università pubblica come strumento di coesione, mobilità e produzione di conoscenza. Da un lato, le telematiche continuano a beneficiare di regole di favore nei requisiti di accreditamento: basti pensare che hanno quintuplicato (+468%) i propri iscritti nell’ultimo decennio. Dall’altra, gli atenei pubblici vengono spinti verso una gestione sempre più contabile e di pura sopravvivenza, che azzera la missione culturale delle università e la loro capacità strategica.

Non sorprende, ma preoccupa, che la Conferenza dei rettori (la Crui) si divida tra chi gioca la propria partita da una posizione di vantaggio e chi si appiattisce sulla linea della ministra, per affinità politica o per timore. Rettori forti in casa propria, deboli di fronte al governo (con solo alcune, pochissime, voci fuori dal coro). Un’amara delusione, perché sarebbe invece possibile costruire un fronte comune di opposizione a una politica ormai pluriennale di strozzamento dell’università. Da chi rappresenta la voce delle comunità universitarie, ci si aspetterebbe ben altra visione.

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Il quadro si completa con l’offensiva sulla governance: la riforma del reclutamento, già approvata al Senato, che abolisce l’ASN e spinge ad un salto nel vuoto, tra rischi di localismo e opacità nella gestione dei concorsi (difficile, ad oggi, prevederne le conseguenze); la riforma del Cun, che lo relegherà a una posizione di subalternità rispetto al ministero, con la rappresentanza di ricercatori e studenti tagliata; la (per ora arenata) riforma proposta della commissione presieduta da Ernesto Galli della Loggia, che mirerebbe a rafforzare ulteriormente i rettori e i consigli di amministrazione a scapito della partecipazione delle comunità universitarie. 

È la parabola aperta dalla legge Gelmini, che aveva già spostato il baricentro a favore dei consigli d’amministrazione, per arrivare, alla fine, a università governate come aziende, verticalizzate e prive di democrazia interna, non come istituzioni culturali.

Il precipitato di tutto questo non è solo precariato, tagli e divari territoriali in crescita. È la perdita, pezzo dopo pezzo, di uno dei luoghi in cui si costruisce conflitto, discussione, progetto: uno dei pilastri dell’infrastruttura democratica del paese. Forse è proprio questo l’obiettivo. La storia ci ha già mostrato dove portano le società che impoveriscono sistematicamente i propri luoghi di conoscenza. Il problema non è soltanto la caduta. È l’atterraggio. 

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