Il recente intervento di Papa Leone XIV sull’intelligenza artificiale ha riportato al centro del dibattito una questione che riguarda credenti e non credenti: chi governa davvero la trasformazione digitale? Al di là della cornice religiosa, il tema è profondamente laico e politico: evitare che la tecnologia diventi un’autorità implicita, un “oracolo” moderno a cui delegare decisioni, giudizi e persino relazioni. Come ricorda il Pontefice, “Il volto e la voce sono tratti unici, distintivi, di ogni persona; manifestano la propria irripetibile identità e sono l’elemento costitutivo di ogni incontro”, un richiamo alla centralità dell’umano in ogni interazione.
Negli ultimi anni l’IA ha smesso di essere solo uno strumento produttivo ed è entrata nella sfera intima: assistenti personali, chatbot empatici, algoritmi che suggeriscono cosa leggere, guardare e pensare. Questa penetrazione silenziosa ha un effetto collaterale sottovalutato: sposta il baricentro della responsabilità. Più deleghiamo alle macchine, meno esercitiamo autonomia cognitiva. Il rischio non è la ribellione delle IA, ma l’atrofia del pensiero umano.
Il tema dei chatbot “affettivi” è emblematico. Sistemi progettati per simulare comprensione emotiva intercettano bisogni reali. Non si tratta solo di etica della progettazione, ma di impatto sociale: se una parte crescente delle relazioni viene mediata da software, cambia la struttura stessa del legame umano. La tecnologia non crea il problema, ma lo amplifica e lo rende scalabile.
C’è poi la questione del potere algoritmico. Le cosiddette bolle informative rendono l’ecosistema digitale personalizzato in cui algoritmi di motori di ricerca e social media mostrano all’utente solo contenuti in linea con i suoi comportamenti passati e opinioni, limitando l’esposizione a idee diverse.
La vera partita, però, si gioca sul piano culturale. L’alfabetizzazione digitale non può limitarsi a insegnare come usare gli strumenti, ma deve aiutare a comprenderne le logiche: perché un contenuto ci viene mostrato, quali dati stiamo cedendo, come viene costruita una risposta automatica. In altre parole, occorre educare al “dietro le quinte” dell’IA.
Come ha sottolineato Papa Leone XIV nel suo messaggio, “La sfida pertanto non è tecnologica, ma antropologica. Custodire i volti e le voci significa in ultima istanza custodire noi stessi”, decidere se vogliamo essere utenti passivi di sistemi intelligenti o cittadini consapevoli di un ecosistema digitale che, volenti o nolenti, sta ridisegnando il nostro modo di pensare, comunicare e vivere.
Il richiamo di Papa Leone XIV suona come un avvertimento ma anche come una bussola. Perché, alla fine, non è l’IA a decidere che tipo di società avremo. Siamo noi, ogni volta che scegliamo se delegare alle macchine il nostro giudizio o se continuare a esercitare, con fatica ma con libertà, il privilegio di pensare, creare e incontrare davvero l’altro.
