Chip, memorie e IA, ecco perché lo smartphone non costerà mai più come prima

La domanda insaziabile di semiconduttori per i server IA ha prosciugato la produzione di memorie per dispositivi mobili. Il prezzo medio globale degli smartphone crescerà del 14% nel 2026, la fascia economica si avvia all'estinzione. E in Italia un decreto ministeriale aggiunge un balzello inedito nel mondo.

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6 Marzo 2026 - 18.09


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di Lorenzo Lazzeri

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Quando si acquista uno smartphone nel 2026 e si nota che il prezzo è salito rispetto all’anno precedente, la spiegazione non va cercata solo nel marketing o nelle campagne pubblicitarie: va cercata dentro un server. Dentro un data center che addestra modelli di linguaggio, dentro una scheda madre che ospita chip capaci di elaborare miliardi di parametri al secondo. È lì che è nata la crisi che sta ridisegnando il mercato globale della telefonia mobile. Secondo le stime di settore potrebbe tradursi in un rincaro medio del 17% sui listini dei componenti, con un impatto diretto sul prezzo finale dei dispositivi.

Il meccanismo, seppur tecnico, è facilmente comprensibile. I tre principali produttori mondiali di memoria, Samsung, SK Hynix e Micron, hanno spostato quote crescenti della propria capacità produttiva verso la memoria ad alta larghezza di banda, la cosiddetta HBM, quella che alimenta le GPU nei centri di calcolo IA. Il problema è che fabbricare memoria HBM richiede molto più silicio di quanto non occorra per le memorie LPDDR, quelle che vanno negli smartphone. Per ogni bit di HBM prodotto, si rinuncia a circa tre bit di memoria per dispositivi mobili. Il risultato è un vuoto di offerta che ha fatto impennare i prezzi delle LPDDR5X, le memorie dei telefoni di fascia alta, tra l’80 e il 90% nel giro di dodici mesi. Le memorie NAND Flash, quelle dello storage, hanno seguito con un rincaro del 40-50%.

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Non è solo una questione di wafer e silicio. Un altro collo di bottiglia, altrettanto insidioso, è quello del packaging avanzato. Le linee CoWoS di TSMC, indispensabili per integrare memoria e logica in un singolo pacchetto ad alte prestazioni, sono state prenotate quasi interamente dai produttori di acceleratori IA. Anche se la produzione di silicio aumentasse, la disponibilità di chip pronti all’uso resterebbe limitata. Chi costruisce telefoni si trova dunque in coda con dei costi che ricadono sulla produzione.

IDC fa una stima. Il prezzo medio di vendita globale degli smartphone raggiungerà i 523 dollari nel 2026, con una crescita del 14% rispetto all’anno precedente. Un livello mai toccato nella storia del settore. I volumi di spedizione scenderanno invece del 12,9%, al livello più basso dal 2013. È la fine di un decennio in cui la tecnologia si democratizzava anno dopo anno, in cui un dispositivo con specifiche decenti costava sempre meno. Quel ciclo si è interrotto.

Al Mobile World Congress di Barcellona, i grandi marchi hanno mostrato i muscoli e la loro capacità per gestire la pressione. Samsung è al tempo stesso produttore di smartphone e fornitore di semiconduttori che gode del vantaggio strutturale della filiera integrata che gli consente di pianificare la produzione e gli approvvigionamenti con un margine che gli altri concorrenti non hanno. Nicolò Bellorini, vicepresidente di Samsung Italia, ha spiegato che il prezzo dipende sia dal costo di un singolo componente, che dall’innovazione complessiva del prodotto, una posizione che giustifica il Galaxy S26 Ultra a 1.499 euro e che si accompagna a piani di permuta fino a 900 dollari per rendere l’acquisto meno impattante sul portafoglio.

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Anche Honor ha annunciato un piano di investimenti da dieci miliardi di dollari in cinque anni, il cosiddetto Alpha Plan, per consolidare le relazioni con i fornitori di chip e memoria e trasformarsi da produttore di dispositivi a piattaforma IA. Pier Giorgio Furcas, responsabile commerciale dell’azienda in Europa, ha chiarito che la risposta all’aumento dei costi non sarà tagliare le funzionalità dei prodotti, ma aggiungerne: più valore percepito, non meno.

Xiaomi ha scelto una via diversa. La compagnia proverà a tenere fermi i prezzi dei flagship di punta, 999 euro per lo Xiaomi 17, 1.499 euro per il 17 Ultra, assorbendo temporaneamente i costi grazie ai proventi della propria divisione di veicoli elettrici, i cui ricavi sono cresciuti di quasi il 200% nell’ultimo trimestre del 2025. Motorola punta invece sulla leva del gruppo Lenovo. Essere parte di un soggetto con volumi anche nel mondo dei personal computer, aumenta la forza contrattuale con i produttori di semiconduttori. Come ha sintetizzato un dirigente dell’azienda a Barcellona, l’azione delle tech company non sarà sui listini, queste punteranno ad avere una capacità concreta di produrre e consegnare la quantità di dispositivi richiesta.

Il segmento su cui verrà ricaricato il costo è quello basso. Gli smartphone sotto i 100 euro sono diventati antieconomici: la memoria rappresentava il 10-15% del costo di produzione di un dispositivo, oggi ne vale il 30-40%. Analisti di IDC e Counterpoint Research concordano nel ritenere che quella fascia sia strutturalmente condannata. I dispositivi che nel 2019 costituivano la maggior parte delle vendite mondiali rappresentano oggi appena il 18% del mercato. Chi non può permettersi un flagship dovrà fare i conti con specifiche degradate, connettività 4G invece del 5G, e meno RAM, con tutto ciò che questo significa per le funzioni di intelligenza artificiale on-device che i produttori mettono in primo piano nei loro comunicati.

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Il mercato si sta biforcando. Da un lato i consumatori dei Paesi sviluppati, assistiti da piani di finanziamento e programmi di permuta, che continuano ad acquistare dispositivi di fascia alta; dall’altro gli utenti dei mercati emergenti, che rischiano di trovarsi esclusi dall’hardware che dovrebbe portare loro i benefici dell’IA. Honor e altri stanno adottando come standard la promessa di sette anni di aggiornamenti, con una crescente attenzione alla durabilità. Non è più solo marketing: la necessità impone che il ciclo di sostituzione si allunghi per ragioni economiche.

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