Il Maestro viene ricordato con una serie di iniziative in Italia e all’estero, dalla retrospettiva di Fondazione Cinema per Roma a quella di Ciné-histoire a Montreal, passando per la proiezione di Ludwig stasera al Teatro alla Scala di Milano.
Milanese, classe 1906, omosessuale, nobile e di educazione raffinata, Luchino Visconti a inizio degli anni Trenta sfugge alla rigidità della famiglia andando a Parigi, dove l’amica Coco Chanel lo introduce a intellettuali del calibro di Jean Cocteau, Luis Bunuel, Man Ray, vicini al Fronte Popolare, e divenne assistente volontario di Jean Renoir. Nel 1939 si trasferisce a Roma, legandosi al gruppo di intellettuali antifascisti della rivista Cinema, Umberto Barbaro, Giuseppe De Santis, Mario Alicata, Pietro Ingrao, con i quali lavora a varie sceneggiature.
La sua opera prima vede la luce nel 1943: Ossessione, con Massimo Girotti e Clara Calamai, è una storia cupa e passionale, osteggiata dalle autorità fasciste; ispirata da un romanzo di James Cain, è considerata il primo film neorealista (termine nato proprio dal montatore Mario Serandrei). Il regista, impegnato nella Resistenza, nasconde persone e armi nella sua villa: per questo viene arrestato e torturato dalla Banda Koch nella pensione Jaccarino.
La prima esperienza di regia teatrale arriva nel 1945 con I parenti terribili di Jean Cocteau; il regista spiega che guardare alle famiglie attraverso “le lotte interne, i dissidi e le loro ripercussioni” diventa per lui una costante.
Il secondo film, La terra trema (1948), adattato liberamente da I Malavoglia di Verga e recitato da veri pescatori e abitanti di Acitrezza, non ha successo, così il regista torna al teatro con i veristi americani, da Tennessee Williams ad Arthur Miller.
Nel 1951 esce nelle sale Bellissima con Anna Magnani, che segna l’inizio della collaborazione di scrittura con Suso Cecchi d’Amico. In questi anni Visconti debutta anche come regista d’opera collaborando con Maria Callas.
Senso con Alida Valli, del 1954, dalla novella di Camillo Boito, è un racconto di ideali perduti e tradimento che unisce narrativa, pittura, musica e cinema. Un’altra famiglia che si distrugge in un mondo ostile è quella di Rocco e i suoi fratelli (1960), poi nel 1963 arriva Il Gattopardo dal romanzo di Tomasi di Lampedusa, con Burt Lancaster, Claudia Cardinale e Alain Delon, il capolavoro che gli fa vincere la Palma d’oro a Cannes; due anni dopo arriva anche il Leone d’oro a Venezia per Vaghe stelle dell’orsa.
Dopo il poco apprezzato Lo straniero del 1967, Visconti ritrova il successo con La caduta degli dèi (1969), primo capitolo della trilogia tedesca, con Dirk Bogarde, Ingrid Thulin e Helmut Berger, un’immersione disturbante nell’abisso morale ed etico di una famiglia di industriali tedeschi negli anni dell’ascesa di Hitler; poi arriva Morte a Venezia (1971), adattamento del romanzo di Thomas Mann, e infine il monumentale Ludwig con Helmut Berger (ultimo grande amore nella vita del regista) nel ruolo del decadente Ludovico II di Baviera.
Nelle ultime fasi della lavorazione, Visconti viene colpito da una trombosi che lo lascia temporaneamente semiparalizzato. Dirige ancora due film: Gruppo di famiglia in un interno (1974) e L’innocente da D’Annunzio (1976).
In una delle sue ultime interviste, concessa a Piera Fogliani, il regista spiega: “Quasi tutti i miei personaggi sono degli sconfitti, perché sono quelli che mi commuovono di più. Personalmente preferisco vincere, ma sento una grande solidarietà per i vinti”.
Argomenti: Cinema