di Marcello Cecconi
Il polo didattico universitario del San Niccolò e lo Spazio Livi (ex-Corte dei Miracoli) di Siena stanno per ospitare un importante evento organizzato dagli antropologi dall’Università di Siena e dalla rete Antropologə per la Palestina. Intitolato Di fronte al genocidio. Giornate di studio in solidarietà con il popolo palestinese, l’evento è aperto a tutta la cittadinanza. Impegnerà il pomeriggio di venerdì 11 nel padiglione esterno di Palazzo San Niccolò, proseguendo nell’intera giornata di sabato 12 nello Spazio Livi (ex-Corte dei Miracoli). Coordinato dagli antropologi dell’Università di Siena Armando Cutolo e Fabio Mugnaini, sarà l’occasione per dibattere dopo aver ascoltato gli interventi di antropologhe e antropologi palestinesi su quello che di terribile sta avvenendo in questi giorni a Gaza. Per saperne di più abbiamo parlato con uno dei due coordinatori, il docente Alessandro Cutolo.
Ci può spiegare qualcosa in più di questo evento?
Il titolo “Di fronte al Genocidio. Giornate di studio in solidarietà con il popolo palestinese”, che abbiamo dato all’iniziativa, ne segnala l’aspetto sia scientifico che politico. Nel pomeriggio di venerdì ascolteremo le riflessioni di studiosi e studiose palestinesi che ci proporranno le loro analisi dell’attuale situazione in Palestina e in particolare nella Striscia di Gaza. Sabato ci sarà poi un momento assembleare dove discuteremo non solo della Palestina ma anche delle difficoltà con le quali l’università si trova a confrontarsi oggi. Penso alle forme di silenziamento che oggi nello spazio pubblico e politico colpiscono non solo gli intellettuali, ma in generale chi elabora contronarrazioni che si oppongono al pensiero dominante; penso, inoltre, anche ai processi di militarizzazione della ricerca che si annunciano.
Appena due settimane dopo ii terribile raid di Hamas erano morti già 4500 palestinesi, a fine 2024 i morti erano ormai più di 45.000 e un terzo di questi minori. La Corte di giustizia dell’Aia a gennaio 2024 stabilì che “Israele deve impedire atti di genocidio contro i palestinesi”. Non è stato fatto abbastanza per impedirlo e quindi è lecito ormai chiamarlo “genocidio”?
La logica genocidaria del sionismo inizia molto prima della tragica fase alla quale stiamo assistendo. Di fatto, nel progetto sionista la presa di possesso del territorio palestinese è costitutivamente collegata con l’annientamento della sua popolazione e con la sua sostituzione da parte di quella israeliana. Basta ricordarsi delle lettere che Ben Gurion scriveva al figlio (nel 1937 n.d.r.), in cui prospettava il futuro di Israele come esito di un unico scenario possibile: quello dell’espulsione dei palestinesi e della loro sostituzione con dei coloni sionisti. L’opinione pubblica europea così come quella americana, non ha colpevolmente mai voluto fare davvero i conti con le implicazioni di questo progetto. La violenza estrema di questi mesi sta però sollevando definitivamente il velo di Maya ideologico che fin qui ha impedito di vedere il processo di cancellazione del popolo palestinese per quello che è. Ci troviamo così di fronte a un genocidio rispetto al quale è urgente prendere la parola e proporre una narrazione realista e critica.
Dunque, un progetto che parte da lontano?
Certo. Fin dall’inizio, dalla nakba, il sionismo ha messo in atto pratiche di distruzione degli abitati palestinesi. Ha cercato di cancellarne la memoria storica costruendo al loro posto insediamenti con altri nomi. Oggi questa logica di negazione e cancellazione mostra nel modo più plateale il suo carattere omicida e necropolitico, ma bisogna ricordarsi che tale carattere è sempre stato attivo. Lo si ritrova anche nei dispositivi di sorveglianza e nelle tattiche di destrutturazione degli spazi e dei tempi della vita quotidiana. Si pensi ai muri e ai checkpoint che segmentano i territori. Si pensi, inoltre, ai giorni di assedio che hanno preceduto l’inizio dell’attacco a a Gaza: in poche ore Israele è stato capace di tagliare tutti i servizi e le risorse essenziali per i gazawi – acqua, elettricità, informazione, approvvigionamenti di materiale sanitario – mostrando al mondo intero il potere sovrano, assoluto, con il quale tiene in pugno quella comunità. Il blocco degli aiuti umanitari a cui assistiamo in queste ore, a fronte delle condizioni disperate della popolazione gazawi, non è che l’ennesima prova delle intenzioni ormai esplicitamente omicide e genocidarie di Israele. Come definirle diversamente?
Perché in questo contesto geopolitico di politica di riarmo, di guerre militari e commerciali e di appetiti colonizzatori da parte di “imperi” che si stanno rafforzando, la sofferenza del popolo palestinese arriva abbastanza ovattata?
È una questione complessa. Da un lato osserviamo l’incapacità di posizionamento critico da parte di opinioni pubbliche e classi politiche da tempo addestrate a guardare alla questione palestinese con le lenti del suo maggiore protettore internazionale: gli Stat Uniti. Ci sono però altri aspetti che bisognerebbe portare alla luce per rispondere a questa domanda. Per esempio il fatto che Israele sia uno dei maggiori produttori mondiali di armi. La presenza di intrecci e cointeressi nel campo dell’industria bellica inducono al silenzio non pochi governi. Bisogna tenere presente, inoltre, che sia Gaza che i territori della Cisgiordania costituiscono da molto tempo uno spazio privilegiato per testare e sviluppare nuove tecnologie di sorveglianza, controllo e contro-insurrezione. Si è sviluppata così una produzione tecnologica di altro valore economico che contribuisce anch’essa all’intreccio di cui ho detto sopra.
Anche le Università non brillano per tenere in agenda il tema di quello che accade a Gaza e allora perché sono proprio sono proprio gli antropologia a incaricarsi di tenere il tema al centro?
Purtroppo non si tratta di tutti gli antropologi, e per fortuna gli antropologi non sono affatto soli nel prendere la parola sulla questione palestinese. Ma è vero che l’antropologia, proprio per il suo incontro precoce (e, nel passato, a volte connivente) con la colonizzazione, si è misurata per tempo e molto da vicino con questa forma di dominazione, anche grazie a una riflessione approfondita, reale, sulle proprie pratiche conoscitive. Nel setting di ricerca antropologico, infatti, si vengono spesso a confrontare soggetti appartenenti a formazioni sociali contrapposte: quella degli ex-colonizzati da una parte e quella degli ex-colonizzatori dall’altra. Da qui lo sviluppo di un discorso critico, autoriflessivo, che l’antropologia (o la parte migliore di essa) oggi può vantare come un suo particolare capitale culturale.
Il colonialismo sionista ha similitudini con tutti gli altri?
Non del tutto. È vero che la vicenda israelo-palestinese presenta molti aspetti che l’avvicinano al regime storico dell’apartheid sudafricano, e che la bipartizione della sua popolazione fra cittadini e non cittadini ricorda quello che alcuni storici del colonialismo hanno chiamato “lo stato biforcato” coloniale: uno stato di cui gli “indigeni” non avevano la cittadinanza, riservata invece alla minoranza di origine europea e di “razza bianca”. La vicenda dello stato d’Israele, tuttavia, differisce dai colonialismi storici per un dato fondamentale: in questi ultimi la sussistenza e spesso l’espansione della popolazione colonizzata erano necessari per fornire la forza-lavoro utile alla messa in valore della colonia stessa, ovvero a fini estrattivi. Quella del progetto sionista è invece una logica del tutto diversa, in cui la popolazione palestinese risulta come un’eccedenza da risolvere, come un ostacolo alla realizzazione compiuta del nuovo stato-nazione. Insomma, laddove nelle colonie storiche la dominazione era connessa alla messa al lavoro dei dominati, nel colonialismo israeliano l’esistenza della popolazione dominata costituisce di per sé un problema. La sua espulsione, deportazione, diminuzione, sparizione dallo spazio ritenuto vitale per l’affermarsi della nazione israeliana, è iscritta nella stessa formazione dello stato.
Cosa vi aspettate da questi due giorni intensi di incontri, dibattiti, assemblee?
Per la verità non sappiamo bene cosa aspettarci da questa iniziativa, anche perché abbiamo iniziato a organizzarla quando era in corso un’altra fase dell’attacco a Gaza. Adesso, dopo la ripresa dei bombardamenti e dell’aggressione militare, ci troviamo in una nuova fase particolarmente violenta. Certo non è mutata la logica genocidaria dalla cui denuncia siamo partiti. Essa sembra assumere adesso un regime parossistico particolare, ancora più cinico – e, a volte, fantasmatico, quando si pensa ai sogni di Donald Trump sulla “riviera di Gaza” o ai progetti di “soluzione finale” prospettati recentemente dalla destra israeliana. Ciò che faremo, comunque, è dare innanzitutto la parola alle colleghe e ai colleghi palestinesi che verranno a Siena, per poi discutere con loro. Dall’assemblea che si terrà il giorno dopo (sabato 12 aprile), ci aspettiamo la costruzione di una rete che possa attivarsi in contesti e occasioni diverse, al fine di prendere la parola e contrapporsi al silenziamento della critica che minaccia i nostri spazi pubblici e la stessa università.
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