Il prezzo amaro dei tagli all’istruzione | Culture
Top

Il prezzo amaro dei tagli all’istruzione

In un panorama segnato dalla scarsità di risorse, la libertà accademica e la stabilità lavorativa diventano i nuovi fronti di una battaglia culturale: senza investimenti e autonomia, il sistema educativo rischia di smarrire la sua missione. L'intervento di Don Luigi Ciotti.

Il prezzo amaro dei tagli all’istruzione
Preroll

redazione Modifica articolo

6 Gennaio 2026 - 14.20


ATF

Il panorama dell’istruzione italiana si appresta a subire una profonda metamorfosi, segnata da un drastico ridimensionamento delle risorse e da una centralizzazione del controllo ministeriale. Secondo le recenti analisi pubblicate dal periodico lavialibera, il prossimo triennio sarà caratterizzato da tagli che sfiorano i 620 milioni di euro, a cui si aggiunge una contrazione di ulteriori 475 milioni destinati all’edilizia scolastica.

Questa stretta economica si inserisce in un contesto normativo senza precedenti: il Ministro Valditara ha infatti siglato il record di trentasei decreti, un attivismo legislativo che non si vedeva da un ventennio e che, attraverso nuove linee guida, impone un ritorno a una didattica tradizionale focalizzata sull’identità italiana e sui valori occidentali. Tale direzione ha sollevato le preoccupazioni del Consiglio di Stato, che vede in queste manovre il rischio di un indebolimento dell’autonomia didattica e l’esposizione di docenti e presidi a possibili sanzioni arbitrarie.

Mentre la struttura burocratica si irrigidisce, il capitale umano della scuola continua a versare in uno stato di estrema fragilità. Il precariato rimane una ferita aperta, coinvolgendo circa il 30% del corpo docente, con picchi drammatici nel settore del sostegno. Qui, sei insegnanti su dieci non godono di un contratto stabile e quasi la metà opera senza una specializzazione specifica, lasciando le famiglie e gli studenti con disabilità in una condizione di incertezza costante.

Anche i tentativi di ammodernamento tecnologico, come il piano “Scuola 4.0” finanziato dal Pnrr, sembrano aver mancato l’obiettivo della coesione, finendo paradossalmente per aumentare il divario tra territori ricchi e aree marginalizzate. Nelle periferie, dove il “modello Caivano” prometteva una rinascita, gli educatori di strada denunciano di essere stati esclusi dai grandi progetti, costretti a sopravvivere grazie a finanziamenti sporadici che rendono impossibile una progettualità a lungo termine.

Il disagio non si ferma alle soglie delle scuole primarie e secondarie, ma investe l’intero sistema universitario e la libertà stessa della ricerca. Luigi Ciotti, nel suo editoriale, ricorda con forza che “Educare significa educarsi, gli uni con gli altri. Cercare altre mani nel buio per orientare insieme i nostri passi”, sottolineando come l’istruzione sia il rimedio più citato dalla politica ma il meno sostenuto nei fatti.

A questa visione si affiancano i dati della sociologa Donatella della Porta, che evidenzia un preoccupante arretramento della libertà accademica in tutto l’Occidente. Tra licenziamenti, eventi cancellati e repressione del dissenso, l’università rischia di perdere la sua funzione di centro critico e indipendente. In Italia, questa tendenza si traduce in una fame di fondi che spinge gli atenei a legarsi sempre più strettamente al mondo dell’industria, mentre le riforme della governance mirano a introdurre figure di nomina governativa nei consigli di amministrazione ponendo l’operato dei rettori sotto la diretta influenza ministeriale.

In un momento in cui il sapere dovrebbe rappresentare la bussola per orientarsi nel futuro, il definanziamento e la centralizzazione del controllo rischiano di trasformare la scuola in un luogo di mera esecuzione. Restituire centralità all’investimento educativo è l’unico modo per evitare che il diritto alla conoscenza diventi un privilegio per pochi o uno strumento di conformismo.

Native

Articoli correlati