La Turchia esce subito dal Mondiale. Giappone e Paraguay sono stati sufficienti a bocciarla. Ma ciò che sorprende è il modo in cui la nazionale guidata da Vincenzo Montella è uscita di scena, senza mai dare realmente l’impressione di poter competere al livello che il valore della rosa lasciava immaginare.
E pensare che il materiale tecnico a disposizione di Montella era tutt’altro che banale. La stella più luminosa resta Arda Güler, protagonista con il Real Madrid e già vincitore di trofei nazionali e internazionali in una delle squadre più prestigiose del mondo. Accanto a lui, il capitano Hakan Çalhanoğlu, leader tecnico dell’Inter e protagonista nelle recenti stagioni ai vertici della Serie A. In difesa la Turchia poteva contare sull’esperienza di Merih Demiral, conosciuto in club come Juventus e Atalanta. Sulle corsie esterne spiccava il talento di Ferdi Kadıoğlu, che gioca nel Brighton e osservato con interesse dalle grandi. In attacco, invece, la nazionale si affidava a Kenan Yıldız, uno dei giovani più promettenti del panorama europeo, capace di ritagliarsi spazio e prestigio nella pur mediocre Juventus di questi ultimi tempi. Senza dimenticare Orkun Kökçü, l’olandese naturalizzato turco protagonista nell’ultima stagione con il Besiktas, dopo due stagioni con il Benfica dove si è imposto come uno dei centrocampisti più completi della sua generazione.
Quando Montella aveva raccolto la panchina turca, il progetto sembrava destinato a una crescita costante. L’Europeo aveva mostrato una squadra giovane, talentuosa e ricca di prospettive. Nel frattempo, diversi elementi hanno continuato a maturare nei principali campionati europei, accumulando esperienza internazionale e confrontandosi ogni settimana con il calcio d’élite. Una generazione che, almeno sulla carta, rappresentava una delle più forti nella storia recente del calcio turco. Un patrimonio tecnico che avrebbe dovuto garantire alla Turchia quantomeno la capacità di superare la fase iniziale del torneo.
E invece il campo ha raccontato una storia diversa. La sconfitta all’esordio contro l’Australia aveva già acceso qualche campanello d’allarme. Il successivo ko contro il Paraguay ha trasformato i dubbi in certezze. Due partite, zero punti, un solo gol segnato e soprattutto la sensazione di una squadra incapace di esprimere il proprio potenziale. Un gruppo apparso spesso scollegato, poco brillante nella costruzione del gioco e sorprendentemente fragile nei momenti decisivi.
Le responsabilità, inevitabilmente, ricadono anche su Montella. “L’areoplanino” aveva il compito di trasformare il talento individuale in forza collettiva, ma il meccanismo non ha funzionato. La Turchia non è riuscita a trovare continuità né un’identità tattica riconoscibile. In alcune fasi è sembrata una squadra bloccata, quasi intimorita dall’importanza dell’appuntamento. In altre ha dato l’impressione di affidarsi esclusivamente alle iniziative dei singoli.
È questo l’aspetto che rende l’eliminazione ancora più amara. Non si parla di una nazionale limitata o inesperta, bensì di una selezione che disponeva di qualità tecniche, profondità e personalità sufficienti per recitare un ruolo da protagonista. Alla vigilia molti osservatori la indicavano come una delle possibili sorprese del torneo, una squadra capace di mettere in difficoltà avversari più quotati grazie al talento della sua nuova generazione. Oggi quella definizione assume un significato completamente diverso. La sorpresa è stata per ciò che non è riuscita a dimostrare. E per Montella il bilancio rischia di essere particolarmente pesante poiché guidare una squadra così attrezzata e uscire senza lasciare traccia rappresenta una delusione difficile da ignorare.
Da una favola da raccontare a una commedia triste. Ai Mondiali, il passo è breve.