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Orlando Paris: "Riflettere sull'odio che assedia l'umano"

Il libro dello studioso di Filosofia dei linguaggi affronta la questione della legittimazione pubblica del discorso d’odio. Retoriche xenofobe riemergono nei linguaggi dei media e della politica. La necessità etica e scientifica di confrontarsi con questo scenario.

Orlando Paris: "Riflettere sull'odio che assedia l'umano"
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Maurizio Boldrini Modifica articolo

18 Marzo 2026 - 16.11


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Ci sono libri importanti in quanto di studio e di ricerca che riescono a cogliere, proprio nel momento della loro pubblicazione, ciò che sta realmente accadendo nel mondo. Uno di questi libri è quello di Orlando Paris (Pensare l’odio. L’umano di fronte all’estremo, Luca Sossella editore) da oggi in libreria. 

 Come può un libro di ricerca affrontare fatti che stanno realmente accadendo? 

Perché è il frutto di un certo modo di vedere e vivere l’Università che non considero come un rifugio ma un dispositivo critico che prende forma nella relazione con le istanze e le tensioni del proprio tempo.

 Perché metti al centro del libro il tema dell’odio?

Quello che vediamo intorno a noi è una riemersione del ruolo dell’odio e della violenza nei meccanismi sociali, politici e nelle meccaniche del potere. La guerra è diventata lo strumento principale per gestire le relazioni internazionali. Nella striscia di Gaza c’è un genocidio in atto. Le retoriche razziste e xenofobe sono centrali nella dialettica pubblica e nel linguaggio della politica.

E’ difficile elencare le molteplici sopraffazioni alle quali assistiamo. Penso al ruolo assunto dall’ICE negli Stati Uniti: uccidere o arrestare intere famiglie per motivi razziali. 

E’ un caso clamoroso. Ma penso anche ai morti senza nome che annegano di fronte alle coste italiane. Questo libro nasce dal fatto che bisogna confrontarsi, sia eticamente che politicamente, con questo scenario inquietante. L’ odio riemerge e dobbiamo farci i conti.

Da cosa nasce questo odio? Di solito le origini si rintracciano nel razzismo e  nell’antisemitismo.  

Sono  stati meccanismi  indispensabili a far sviluppare i totalitarismi. Hannah Arendt nel suo libro “Le origini del totalitarismo” dimostra come il razzismo e l’antisemitismo siano stati i motori dell’affermazione di queste dittature. Mostra inoltre anche un’altra cosa, come in quelle dittature siano stati dei sistemi riorganizzatori, al pari del diritto, del sociale e del politico. 

Con Hannah Arendt e poi, ancor più con Michel Foucault prende corpo il tema della “ biopolitica”. Come si può spiegare e come avviene questa pratica ?

Foucault dice che il razzismo è una razionalità del potere, cioè un dispositivo del potere che serve a dividere una vita che vale la pena essere vissuta da altre vite che non valgono la pena di essere vissute. Si sacralizza la vita, appunto, proprio come sta avvenendo oggi nell’occidente bianco, dove le morti hanno un peso diverso in base al colore della pelle e allo status sociale.

Bisogna, insomma, tornare a confrontarsi, come hanno fatto Adorno o Popper con le catastrofi del Novecento.

Adorno rintraccia le cause di questo male nelle strutture logiche del pensiero occidentale a partire dall’illuminismo.  Queste logiche si traducono in una volontà di potere sulle cose e sulla natura e in una volontà di potere di governo sull’uomo. La Scuola di Francoforte ragiona inoltre anche sulle predisposizioni anche psicologiche al male. La macchina del genocidio è scattata o si è innervata non solo da gruppi di potere ma da masse  di persone che contribuiscono, appoggiandoli,  alla creazione e dilatazione del loro potere.

Questa è la grande e l’altro risvolto delle drammatiche vicende:  com’è possibile che i grandi massacri nel Novecento siano stati provocati non solo da dei politici ideologizzati ma da tante persone normali? 

Questo è la vera domanda. Una prima  risposta l’ha data la stessa Arendt che, ne “La banalità del male” (1963), raccontando il processo ad Eichmann si accorge che il malvagio capo nazista è in realtà un burocrate che dice di aver fatto semplicemente il proprio dovere. E quindi la Arendt mostra che c’è una parte di male che si muove anche senza odio esplicito ma che proprio per questo  è ancora più preoccupante.  Eichmann può  assomigliare al nostro vicino di casa o a  quello che ci lavora  accanto. Non sono persone che odiano palesemente ma che, non avendo capacità critiche, contribuiscono al male.  Come nella tragedia della Shoah. E la mancanza di capacità critiche è un male di cui soffrono le nostre società.  Pensiamo a quello che sta accadendo a Gaza. 

Primo Levi in “Sommersi e Salvati” mette in discussione proprio questa pratica e questa etica occidentale. Siamo tornati ad allora? Siamo giunti in una situazione nella quale saltano tutti i punti di riferimento che abbiamo ereditato? E perché ha attecchito così profondamente in America? 

Stanley Milgram, uno psicologo sociale  che ha vissuto i drammi della generazione della Shoah, nel suo lavoro riproduce un esperimento incredibile che mostra come l’odio e la violenza estrema siano prodotti attraverso un meccanismo: l’obbedienza all’istituzione per cui se ricevi un ordine deleghi la tua scelta morale a chi ti dà l’ordine e quindi non ti senti più responsabile anche di un’eventuale omicidio. Lo vediamo tutti i giorni, lo vediamo nelle ideologie del movimento Maga. 

Un’ultima domanda: fin qui abbiamo esplorato la “banalità del male”.  Nell’ultimo capitolo del libro affronti un altro tema cioè “la banalità del dire”. Oggi il linguaggio sta diventando l’espressione più acclarata dell’attitudine alla violenza quotidiana 

Occupandomi di Filosofia del linguaggio era inevitabile affrontare il tema dell’odio discorsivo e dell’ hate-speech. E’  riemerso in maniera consistente con la “disintermediazione”, cioè con il superamento di tutti quei corpi intermedi, anche comunicativi, che erano un efficace filtro tra il potere e gli elettori. Pensiamo a cosa sta avvenendo nel giornalismo. E’ cosi riapparsa  una dinamica, quella delle retoriche disumanizzanti. Tutti gli studi di Filosofia del linguaggio mostrano due cose. Primo: i discorsi dell’odio tolgono i diritti, tolgono la parola, tolgono le possibilità concrete ai gruppi di intervenire nel dibattito pubblico. Secondo: non ci può essere il genocidio se non è stato anticipato proprio da percorsi discorsivi di disumanizzazione della vittima. La vittima deve essere  stata stata prima soggetto di discorsi dell’odio e disumanizzata e solo dopo ci può attuare il genocidio. 

Quindi la disumanizzazione della vita è la condizione indispensabile per il disimpegno morale del carnefice?

Nel momento in cui la vittima non è più umana vuol dire che è stato arato il terreno. Puoi ucciderla perché non fa parte più della tua categoria umana e quindi per rendere generalizzata e industrializzata la morte, cioè il genocidio, devi fare in modo di generalizzare i carnefici. Di renderli più possibile diffusi e devi toglier loro la dimensione dell’impegno morale. E  questo avviene proprio attraverso i discorsi dell’odio.

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