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Morto Michele Albanese, penna di spicco nella lotta alla 'ndrangheta

Lascia la moglie e le due figlie. Innamorato della sua Calabria, ha lottato per tutta la vita per riuscire a liberarla

Morto Michele Albanese, penna di spicco nella lotta alla 'ndrangheta
Michele Albanese
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16 Febbraio 2026 - 20.02


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Con la morte di Michele Albanese, la Calabria e l’Italia intera perdono una voce libera e vera. Un giornalista di trincea, così lo definisce Lirio Abbate su La Repubblica. Era riuscito a conoscere appieno la ‘ndrangheta e a rendere chiaro al pubblico ogni suo dettaglio, criticando gli indifferenti perché, come diceva lui, “il primo alleato delle mafie è l’indifferenza” insieme a coloro che ridimensionano questa incarnazione del male. E’ stato un uomo che per quarant’anni ha osservato le trasformazioni della criminalità organizzata, mettendo sotto la luce dei riflettori la verità sulla mafia calabrese, “non […] solo violenza, ma potere economico, relazioni, infiltrazioni”.

Era diventato tutt’uno con la Piana di Gioia Tauro, e per questo era diventato scomodo a molti: nel 2014 un’intercettazione rivelò un progetto per ucciderlo, portando ad una maggiore tutela e protezione nei suoi confronti. Auto blindata, movimenti limitati, libertà ridotta, eppure questa condizione non lo ha mai piegato: “rifarei tutto”, diceva. Un uomo così innamorato della sua terra che non si è mai arreso all’idea di abbandonarla o di lasciarla in mano alla mafia. Incontrava gli studenti, parlava di legalità, seminava speranza. Credeva che la conoscenza fosse la vera arma contro le mafie.

Nato a Cinquefrondi, aveva costruito la sua vita nella sua Calabria, per la quale provava un amore secondo solo a quello per la moglie Melania, con la quale aveva avuto due figlie, Maria Pia e Michela. Collaboratore dell’Ansa e firma del Quotidiano del Sud, si è da sempre impegnato nel sindacato dei giornalisti e nelle iniziative di Libera, accompagnato da don Luigi Ciotti. Non è mai cambiato, anche dopo la nomina a Cavaliere della Repubblica.

Ci ha lasciati il giorno dopo San Valentino a 66 anni. È morto nell’ospedale dell’Annunziata di Cosenza a seguito di una battaglia silenziosa durata mesi. La sua eredità è la testimonianza che la libertà di informare non è un principio astratto, ma una pratica quotidiana che si misura nei territori più difficili, nelle inchieste scomode, nella determinazione di non arretrare.

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