L’irriverenza e il fascino di Matilda De Angelis si preparano a congedarsi dal pubblico con il capitolo conclusivo de “La Legge di Lidia Poët”, disponibile su Netflix dal 15 aprile. La produzione Groenlandia, guidata da Matteo Rovere, chiude il cerchio su una figura che, pur radicata nella provincia italiana del diciannovesimo secolo, è riuscita a parlare un linguaggio universale, conquistando le platee internazionali. In questa stagione finale, diretta da Letizia Lamartire, Pippo Mezzapesa e Jacopo Bonvicini, ritroviamo una Lidia sempre più determinata a scardinare i pregiudizi di un’epoca che le nega il diritto di esercitare la professione forense, mentre il fratello Enrico, ora deputato, tenta di portare le istanze della sorella nelle stanze del potere romano.
Il cuore pulsante di questi nuovi sei episodi risiede nel delicato equilibrio tra la ricostruzione storica e una modernità tematica quasi spiazzante. La narrazione si sposta nell’aprile del 1887, dove la protagonista si trova a dover difendere l’amica Grazia Fontana, accusata di aver ucciso il marito. Il processo, incentrato sul complesso terreno della legittima difesa, diventa il perno attorno a cui ruotano le tensioni emotive e civili della serie. Matilda De Angelis ha sottolineato come la vittoria legale su questo tema rappresenti ancora oggi una sfida ardua nei tribunali contemporanei, rendendo il racconto un ponte ideale tra passato e presente. La dedica finale della serie, rivolta a chi ha avuto l’ardire di sognare una realtà diversa, suona come un auspicio per le generazioni future.
L’attrice, recentemente al centro dell’attenzione anche per la sua riflessione sul senso di partecipazione ai David di Donatello in un clima di protesta del settore, ha ribadito l’importanza di non cadere nell’autosabotaggio e di usare ogni palcoscenico per valorizzare il cinema. Nel corso della presentazione a Roma, De Angelis ha anche esplorato la natura profonda della lotta della sua Lidia, che in una scena emblematica viene interrogata dalle sue stesse studentesse sulla propria dipendenza professionale dal fratello. Questo scambio apre una riflessione più ampia sul ruolo degli uomini nel femminismo, inteso non come un conflitto tra sessi ma come un movimento corale e inclusivo, che oggi evolve verso il transfemminismo.
Accanto alla protagonista, il cast vede il ritorno di Eduardo Scarpetta e Pier Luigi Pasino, arricchendosi di nuovi volti come Ninni Bruschetta. Gianmarco Saurino, che interpreta Pierluigi Fourneau, ha collegato lo spirito di rottura della serie alla vitalità delle nuove generazioni e alle loro forme di aggregazione spontanea, spesso fraintese dalla politica attuale. Tra ironia e impegno civile, la serie si conclude rivendicando la necessità di continuare a combattere affinché il cambiamento diventi finalmente realtà. Come ricorda la stessa protagonista, la dedizione di Lidia Poët è un inno a chi non smette di lottare perché, citando lo spirito dell’opera, “se continuiamo a combattere, prima o poi qualcosa cambierà”.