Il prezzo della sicurezza tra ciò che fa notizia e ciò che resta invisibile

Vetrine infrante e scontri dominano il dibattito pubblico, mentre povertà, precarietà e proteste pacifiche faticano a trovare spazio nel racconto mediatico

Il prezzo della sicurezza tra ciò che fa notizia e ciò che resta invisibile
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23 Ottobre 2026 - 11.48


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di Lilia La Greca

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L’argomento di cui sto per parlare è stato trattato e ritrattato, servito in tutte le salse e raccontato in ogni modo possibile. Cercherò quindi di essere meno prolissa possibile e di andare dritta al punto. Per farlo, però, dovrò sorvolare su alcune questioni. Come il prezzo della benzina che continua a pesare sulle tasche degli italiani, i tagli all’istruzione, gli stipendi che non crescono, una sanità pubblica sempre più in difficoltà e i 2,1 milioni di famiglie che vivono in condizioni di povertà assoluta. Problemi di cui, probabilmente, siete già a conoscenza. Soprattutto se ogni tanto, oltre a guardare il telegiornale, vi capita anche di approfondire ciò che accade nel nostro Paese.

Una situazione che, converrete con me, non è esattamente idilliaca. Anzi, fa paura. E credo che questa paura sia condivisa da molti, anche se forse non tutti temiamo le stesse cose: perché mentre milioni di persone faticano ad arrivare alla fine del mese, una parte del racconto mediatico sembra concentrarsi su altre urgenze. I telegiornali ci raccontano incessantemente dell’ascesa dei famigerati “maranza” nel Nord Italia, delle vetrine infrante, delle strade messe a ferro e fuoco e di città che sembrano essere diventate, quasi da un giorno all’altro, invivibili. La sicurezza domina il dibattito pubblico, tanto da essere al centro dell’ennesimo decreto.

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Eppure, nel frattempo, si parla molto meno di un’altra forma di insicurezza. Quella di chi non riesce a pagare le bollette, di chi rinuncia a curarsi, di chi studia in edifici che cadono a pezzi o di chi, pur lavorando, non riesce a immaginare un futuro economicamente stabile. E si parla ancora meno di chi, di fronte a tutto questo, sceglie di far sentire la propria voce in maniera pacifica. Proprio oggi, per esempio, sotto casa mia, davanti al liceo che ho frequentato, ho visto dei ragazzi manifestare per chiedere una scuola sicura, un ambiente in cui ogni studente potesse sentirsi rispettato indipendentemente da chi sia. Nessuna vetrina infranta, nessuna strada devastata, solo ragazzi che chiedevano qualcosa che, a pensarci bene, non dovrebbe nemmeno essere necessario rivendicare.

Eppure, difficilmente immagini del genere conquistano le prime pagine o aprono un telegiornale. Sia chiaro: la violenza va condannata, sempre. Le vetrine rotte, gli scontri e i disordini nelle strade non possono essere giustificati semplicemente perché avvengono durante una protesta e, a dirla tutta, mi viene persino da chiedermi quanto chi arriva a spaccare una vetrina sappia davvero cosa stia facendo, per cosa stia manifestando o quali siano le rivendicazioni di chi è sceso in piazza. Non è affatto scontato che chi partecipa a una manifestazione per creare disordini ne condivida, o comprenda, le ragioni.

Ma proprio per questo sarebbe importante non confondere tutto. Non mettere sullo stesso piano chi manifesta per chiedere diritti e chi approfitta di una manifestazione per distruggere. E soprattutto non lasciare che siano questi ultimi a cancellare, nel racconto pubblico, le ragioni dei primi. Se vogliamo parlare seriamente di violenza e sicurezza, allora dovremmo provare ad allargare lo sguardo. Perché esiste anche una sofferenza sociale molto meno visibile, che non si manifesta attraverso vetri infranti o scontri in strada. È quella di chi deve scegliere se pagare l’affitto o fare la spesa, di chi aspetta mesi per una visita medica, di chi vede nell’istruzione l’unica possibilità di costruirsi un futuro migliore e si ritrova a studiare in una scuola che non garantisce nemmeno le condizioni fondamentali di sicurezza.

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Le vetrine rotte si vedono. Fanno notizia, indignano, diventano titoli a caratteri cubitali e richiedono, giustamente, attenzione e responsabilità. Le opportunità negate, i diritti trascurati e le persone lasciate sole, invece, raramente fanno altrettanto rumore. E allora mi chiedo: se una vetrina infranta di una boutique Hermès riesce a suscitare più indignazione rispetto alle magre condizioni sociali di intere generazioni, non dovremmo forse porci qualche domanda? Non si tratta di giustificare chi distrugge, né di cercare attenuanti a gesti che restano sbagliati. Si tratta di capire perché siamo così pronti a condannare ciò che vediamo e così poco disposti a interrogarci su ciò che spesso rimane fuori dall’inquadratura.

Perché una società non si misura soltanto dalla capacità di garantire ordine e sicurezza, ma anche dalle opportunità che offre, dai diritti che tutela e dall’attenzione che riserva a chi rischia di rimanere indietro. Forse, allora, prima di discutere per l’ennesima volta di ciò che è stato distrutto, varrebbe la pena dedicare almeno altrettanto spazio a ciò che non siamo riusciti a costruire; non farà lo stesso rumore di una vetrina che va in frantumi, ma potrebbe essere un buon punto da cui iniziare a riflettere.

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