Un segnale dell' incomunicabilità tra cittadini e istituzioni

Dietro le immagini degli scontri di piazza ci sono ragioni sociali che non possono essere ignorate: il carovita, i salari fermi, le disuguaglianze e la difficoltà di accedere a diritti fondamentali.

Un segnale dell' incomunicabilità tra cittadini e istituzioni
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23 Ottobre 2026 - 17.22


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di Pancrazio Anfuso

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È difficile condensare in poche righe le istanze emerse dai moti di piazza dello scorso fine settimana. I media ne hanno raccontato soprattutto la guerriglia urbana, lasciando sullo sfondo questioni sociali che, per la loro urgenza, non possono essere ignorate.
La casa, il diritto allo studio, la tutela della salute, il desiderio di benessere. Tutto messo in discussione perché, in sintesi, costa tutto troppo, i salari sono fermi da un quarto di secolo e il potere d’acquisto evapora sotto i colpi di guerre insensate che alimentano l’inflazione e la voglia irresistibile di destinare risorse al riarmo.

Il problema viene da lontano: la concentrazione della ricchezza nelle mani di sempre meno privilegiati, sempre più ricchi, alimenta il crollo del livello di vita di chi è escluso dalla festa. E le piazze si riempiono: è sempre successo.
L’aumento dei prezzi, il carovita, l’inflazione, la disoccupazione, le diseguaglianze spingono la gente a protestare, spontaneamente o in modo organizzato.

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La risposta delle autorità sta andando sempre nella stessa direzione: l’ennesimo decreto sicurezza, l’inasprimento delle pene, la promessa di vendette e di sanzioni che riducono a questioni d’ordine pubblico i chiari segnali di disagio sociale che emergono da questa piazza turbolenta.
Non per niente la vetrina spaccata/simbolo è quella della Milano della gentrification, che si spoglia dell’anima operaia per trasformarsi in luogo proibito a chi non è in grado di sostenere un tenore di vita sempre più selettivo.

La violenza verso i simboli del capitalismo, le banche, le multinazionali, le vetrine del lusso ha più valenze: alla ricerca della temporanea sospensione dell’ordine in stile Black bloc, che provoca devastazione, si aggiunge il saccheggio come riappropriazione di quelle merci ostentate da alcuni e proibite ai più.

Gesti anche irresponsabili, compiuti nella logica dell’esserci già emersa a proposito di qualche evento-rito collettivo. La ricerca di visibilità sui social può trasformare la protesta in una performance, nella quale il gesto più spettacolare finisce per prevalere sul contenuto politico. Una dinamica che può alimentare sospetti di regie occulte.
Sono eventi strumentalizzabili facilmente: una trasgressione compiuta apparentemente con gioia, il tradimento del principio delle zone temporaneamente autonome di Hakim Bey, che invitavano a sottrarsi al controllo con gesti poetici e creativi, estemporanee interruzioni dell’ordine. Cosa c’è di poetico nel saccheggio?

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D’altra parte chi è sceso in piazza non lo ha fatto, certo, per distruggere e saccheggiare. Questa parte non deve far passare in secondo piano le buone ragioni di chi protesta.

Restano, intatte, le istanze, che svelano il vero volto di un Paese che si dice benestante e nasconde sotto al tappeto le tensioni sociali alimentate da lunghi anni di guerra ai poveri. Per tacere della questione degli immigrati e degli italiani di seconda generazione.
Se ne vuole fare, anche in chiave di campagna elettorale permanente, soltanto un problema di ordine pubblico. Ma l’affastellarsi di provvedimenti aventi per oggetto la sicurezza ne dimostra l’inutilità, senza contare i disastri che produrrà la carcerazione di soggetti che sarebbe bene cercare di recuperare, in qualunque modo, alla convivenza civile.

Su tutto, resta il senso della grave incomunicabilità tra cittadini e istituzioni. Chi non ha voce alzerà la voce: è fatale. Capire che è necessario ascoltare la piazza, scegliendo di rappresentarla nei luoghi istituzionali, sembra l’unico modo per arginare una tensione che è destinata ad aumentare, anche in risposta agli echi delle proteste in atto in Europa.

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