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Lusso e sfruttamento del lavoro: un binomio di cui si parla troppo poco

La vicenda di Pietro Zantonini dovrebbe farci interrogare su come l’esclusività spesso si fondi su condizioni lavorative proibitive e salari da fame. No, non è tutto oro ciò che luccica.

Lusso e sfruttamento del lavoro: un binomio di cui si parla troppo poco
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Agostino Forgione Modifica articolo

20 Gennaio 2026 - 16.36


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Si sono tenuti domenica, a Brindisi, i funerali di Pietro Zantonini, il vigilante venuto a mancare nella notte tra il 7 e l’8 gennaio mentre sorvegliava il cantiere dello Stadio del Ghiaccio a Cortina, dove verranno ospitate le prossime Olimpiadi Invernali. No, nonostante i meno dodici gradi non sarebbe morto di freddo come le prime notizie in merito hanno riportato. Ma, in verità, non è questo il punto della questione. Zantonini si era trasferito a mille chilometri da casa, lontano dalla moglie e dal figlio ventenne, non per inseguire uno stipendio annuale a sei cifre, da manager, ma per sopravvivere. Zantonini, come da contratto collettivo, nella più rosea delle ipotesi prendeva meno di otto euro netti l’ora, più verosimilmente tra i cinque e i sei. Zantonini, ancora, lavorava nell’incertezza di contratti a termine continuamente prorogati, lamentandosi dei turni notturni massacranti.

Una vicenda che inevitabilmente porta a riflettere su come spesso, quasi sempre in verità, il mondo del lusso, i contesti sociali più patinati ed elitari, in realtà si reggano sul lavoro, fisico e usurante, di una massa di lavoratori invisibili. Invisibili alle narrazioni mediatiche, a riflettori e obiettivi ma soprattutto invisibili alle decine di migliaia di persone che gli passano accanto e che giovano direttamente del loro lavoro. Non bisogna andare al di fuori dei confini nazionali per trovare più di un esempio eclatante. È proprio di queste ore la notizia dello sciopero generale dei lavoratori della Woolrich, brand di abbigliamento di lusso che, a seguito dell’acquisizione milionaria da parte della piemontese BasicNet, ha espresso l’intenzione di trasferire i 139 lavoratori della sede storica di Bologna e altri 30 impiegati milanesi a Torino. Una decisione che, di fatto, come sottolineano i sindacati equivale a un “licenziamento collettivo di massa”. In sunto: giubbini venduti anche a più di mille euro ma prodotti da una forza lavoro privata delle più basilari tutele e diritti.

Accade lo stesso in altre decine di realtà imprenditoriali e industriali, della moda e non, in cui il costo finale del prodotto o del servizio non si riflette minimamente sul guadagno dei lavoratori. Nei primi dello scorso dicembre 13 grossi gruppi dell’alta moda, tra cui Gucci, Prada, D&G, Versace, e Missoni, sono finiti sotto inchiesta dal nucleo per la Tutela del Lavoro dei Carabinieri su mandato della procura di Milano. In tutte le indagini svolte è stato rilevato “l’utilizzo di manodopera di etnia cinese in condizioni di pesante sfruttamento”. Come per i capi del fast fashion, solo che questi vengono venduti a una frazione del prezzo. È quanto accade quotidianamente, come tristemente e largamente documentato, nelle centinaia di laboratori per conto terzi che confezionano capi e pelletteria per i brand di lusso. Indumenti che rimangono largamente inaccessibili a chi li produce.

C’è poi il mondo dell’hospitality e della ristorazione di fascia alta, che si regge su eserciti di camerieri ai piani, lavapiatti, facchini, addetti alla lavanderia e stagisti non retribuiti o quasi, per citare qualcuno, pagati con i minimi salariali. È il paradosso del capitalismo: un cameriere che lavora in un ristorante stellato da 300 euro a coperto pagato quanto uno che presta servizio in una pizzeria di provincia. La giustificazione spesso offerta dai titolari? Quella di poter mettere a curriculum di aver lavorato da loro.

Della filiera del lusso, insomma, nella stragrande maggioranza dei casi vediamo solo l’ultimo anello. Un po’ per l’opacità che vi aleggia, un po’ per causa di una miopia volontaria, perché scientemente si preferisce chiudere gli occhi. Il consumatore, al di là di quanto voglia riconoscerlo, ha un enorme potere decisionale e un’enorme influenza su politiche e assetti aziendali. “Ciascuno di noi è colpevole di tutto e per tutti sulla Terra” scriveva Dostoevskij nei Fratelli Karamazov. Una massima che tutti dovremmo tenere a mente, anche quando compriamo un giubbotto da centinaia di euro prodotto a un decimo del prezzo.

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