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Made in Italy o Made off Italy?

Il cambio del nome al ministero suonava come una promessa a difesa dell’italianità, a tutela delle aziende strategiche, espressione del nostro orgoglio produttivo. Nel 2025 sono passate sotto il controllo straniero 429 aziende, compreso alcuni asset strategici.

Made in Italy o Made off Italy?
I ministri Francesco Lollobrigida e Adolfo Urso – (Fonte foto: Ministero delle Imprese e del Made in Italy)
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Marcello Cecconi Modifica articolo

13 Febbraio 2026 - 12.56


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Tra dicembre 2011 e dicembre 2024 i prestiti alle imprese in Italia sono scesi da 929 a 641 miliardi di euro: meno 31%. Come segnala Milena Gabanelli nel suo Dataroom del “Corriere”, nello stesso periodo in Francia sono saliti del 70% (da 880 a 1.491 miliardi), in Germania del 53% (da 910 a 1.391 miliardi). È una divergenza strutturale. Se il credito è il carburante dell’impresa, in Italia il serbatoio si è svuotato mentre altrove si riempiva ed è conseguente che in un solo anno, 2025, siano passate sotto il controllo estero 429 aziende.

Il report di Moody’s di pochi mesi fa segnalava come l’Italia avesse speso solo il 44% delle risorse del Pnrr ottenute, 85,8 miliardi di euro, perdendo così opportunità decisive per la crescita e l’innovazione. Alla base di questa inefficienza c’è la struttura farraginosa delle amministrazioni centrali e periferiche e il tessuto produttivo italiano dominato da una miriade di microimprese a conduzione familiare che faticano a sviluppare una vera cultura imprenditoriale.

Eppure, cambiare il nome al ministero era sembrato un messaggio politico preciso. Non più soltanto “Ministero delle Imprese e dello Sviluppo economico”, acronimo “Mise”, ma “Ministero delle Imprese e del Made in Italy”. Mimit l’acronimo. Quasi un brand istituzionale che suonava come una promessa a difesa dell’italianità, a tutela delle aziende strategiche, espressione del nostro orgoglio produttivo. A distanza di qualche anno, però, il rischio è che quel nome si sia trasformato in una burla involontaria.

Il problema non nasce ieri. Le radici affondano almeno nella crisi del 2007-2008, nella lunga stagione di austerità, nella fragilità del sistema bancario. Ma quando il governo Meloni ha voluto imprimere nel nome stesso del dicastero la centralità del Made in Italy, ha scelto di assumersi un impegno simbolico e politico nei confronti dell’ossatura produttiva fatta in larga parte di imprese familiari. La questione non è chiudere le porte agli investitori stranieri, ma chiedersi perché siano quasi sempre loro ad avere la forza finanziaria per intervenire.

Quando la cessione riguarda asset strategici in assenza di una linea nazionale concreta, la narrazione patriottica stride e se poi si decide di incidere nel nome di un ministero il riferimento al Made in Italy, si accetta implicitamente un metro di giudizio più severo. Non basta tentare intese all’interno dell’Europa con Paesi più solidi del nostro -il nuovo asse Roma-Berlino- e, soprattutto, non bastano le celebrazioni delle eccellenze o le campagne contro le contraffazioni del Made in Italy. Servono politiche industriali coerenti, strumenti finanziari robusti, un mercato dei capitali che funzioni, un sostegno concreto al passaggio generazionale.

Se Made in Italy diventerà un’etichetta sempre più spesso applicata a imprese estere tanto vale cambiare il marchio in “Made off Italy”, tanto l’acronimo non cambia.

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