di Vittoria Calabrese
La democratizzazione dei mezzi di comunicazione ha dato l’opportunità a tutti (o quasi) di poter parlare di qualsiasi cosa, soprattutto sui social media. E se non tutti siamo creatori di contenuti, tutti ne siamo fruitori.
Le nostre bacheche Instagram si riempiono di messaggi, di indicazioni, di ammonizioni e consigli.
Informazioni sul referendum precedono i video della carneficina in Iran, e dopo ancora troviamo la ricetta del ragù vegano, e poi la famiglia del bosco, la notizia di un femminicidio, immagini di bombardamenti e infine gli immancabili gattini.
Tutto si appiattisce e tutto diventa contenuto, non realtà. Vedere tragedia e ilarità, crisi umanitarie e foto dei foodblogger ci aliena e ci fa percepire tutto come distante, in un loop costante di apatia da social network.
Questo sovraccarico informativo assorbe la nostra attenzione che si trova a rimbalzare impazzita nel nastro infinito di prodotti comunicativi che scorrono sul nostro display.
Peccato che l’essere umano non è fatto per concentrarsi su così tante cose in così poco tempo. Dividiamo in mille pezzi la nostra attenzione vendendola agli acquirenti più disparati guadagnando solo estrema difficoltà nel comprendere quello che vediamo. Leggiamo titoli sensazionalistici senza andare oltre, per poterci permettere di dire durante una conversazione “Sì, ho letto di questa cosa” senza aver capito nulla della questione, senza aver verificato e confrontato, semplicemente perché non c’è tempo. Ed è così che presi dalla fomo (la paura di perdersi qualcosa) divoriamo ogni stralcio di notizia saturando la nostra mente con troppi stimoli spesso negativi che finiscono per causarci stress e ansia.
Questo fenomeno è chiamato overload informativo e si verifica quando l’eccesso di informazioni e stimoli inibisce la capacità di scegliere, comprendere e scindere le notizie rilevanti da quelle irrilevanti.
Sentirsi soffocati dalla quantità di notizie che ci arrivano ogni giorno non è raro, e a complicare le cose è il fatto che siamo costantemente circondati da opinioni che invece di facilitare le nostre scelte ci confondono ulteriormente.
In questa confusione generale è da considerare che nel mix di prodotti proposti dalle piattaforme ci sono anche i vecchi e sempreverdi modelli di vita ed estetici irraggiungibili che quasi impongono non solo come dovremmo essere, ma anche come dovremmo voler essere. E mentre ci raccontiamo la favola della body positivity scrolliamo profili di chi ci propone esercizi da fare in casa solo cinque minuti al giorno per appiattire l’addome in vista della prova costume.
L’ insieme di notizie sconfortanti, stimoli eccessivi e modelli che creano delle aspettative spesso irraggiungibili fa sì che le piattaforme diventino motivo di stress, non di svago o relax. Questo è uno dei motivi che sta portando molte persone a prendere le distanze dagli smartphone per dedicare tempo al resto disconnettendosi per un po’ dai social.
Il trend è evidenziato dal fenomeno delle “analog bag”, ovvero delle borse dove il grande assente è proprio il cellulare che lascia spazio invece agli hobby “analogici” come la lettura, la pittura e l’uncinetto. Questa nuova abitudine è stata lanciata da Sierra Campbell, content creator californiana, e si è immediatamente diffusa specialmente tra i giovani.
Sarebbe interessante riflettere sulla contraddizione tra la diffusione digitale di un fenomeno che ha l’obiettivo di riportare all’analogico e quali saranno, a lungo termine, gli esiti di questa “moda”. Ma l’analog bag è la manifestazione di un’esigenza. È la risposta non solo all’angoscia provocata dall’overload informativo ma anche, e soprattutto, alla dipendenza dai social e dalla social media fatigue, ovvero la stanchezza fisica e mentale provocata dall’eccessivo utilizzo delle piattaforme che ci ha proiettati in un universo in cui tutto ci riguarda e nulla ci riguarda, Non ci resta che riappropriarci della nostra attenzione, quella profonda, quella che non si ferma al titolo, che non ha fretta ma ha bisogno di tempo, anche questo da riconquistare. Le analog bag non sono la soluzione, sono un palliativo per cercare di arginare un problema strutturale delle piattaforme, create appositamente per creare dipendenza sfruttando il rilascio di dopamina, ma a fine 2026, se questa non rimarrà solo una moda, potremmo renderci conto di aver davvero vissuto l’anno più “off line” della nostra recentissima storia.
