Cuba, dove il mito di Castro è ormai lontano dalla dura realtà quotidiana

Da ideale politico di resistenza all'imperialismo a una delle più grandi crisi economiche. Dopo la cattura di Maduro in Venezuela e la guerra all’Iran, l’isola caraibica si profila come un possibile nuovo fronte della strategia neoimperialista di Trump.

Cuba, dove il mito di Castro è ormai lontano dalla dura realtà quotidiana
Il “Malecon”, il lungomare dell’Avana durante un blackout (immagine Yamil Lage/Afp da Internazionale)
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Marcello Cecconi Modifica articolo

3 Aprile 2026 - 15.21


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Cuba è tornata al centro delle tensioni internazionali nel quadro della geopolitica cara a Donald Trump. Dopo la cattura di Nicolás Maduro in Venezuela e la guerra all’Iran, l’isola caraibica si profila come un possibile nuovo fronte della strategia neoimperialista Maga. Le relazioni tra Washington e L’Avana sono segnate da più di sessantasette anni di ostilità. Tutto ebbe inizio con la rivoluzione guidata da Fidel Castro alla fine degli anni Cinquanta, che portò alla nascita di uno Stato socialista e alla fuga del dittatore Fulgencio Batista negli Stati Uniti.

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L’avvicinamento di Cuba all’Unione Sovietica trasformò rapidamente l’isola in uno dei principali teatri della Guerra fredda. Due eventi segnarono profondamente questa fase: il fallimento dello sbarco alla Baia dei Porci nel 1961, tentativo sostenuto dalla Cia per rovesciare Castro, e la crisi dei missili del 1962, quando l’installazione di ordigni nucleari sovietici sull’isola portò il mondo sull’orlo di una guerra nucleare. Solo il dialogo tra le due superpotenze riuscì a disinnescare quella che resta una delle crisi più pericolose del Novecento.

Negli anni successivi, Cuba acquisì un forte valore simbolico, anche grazie al clima politico e culturale del Sessantotto. La sua vicinanza geografica agli Stati Uniti contribuì a rafforzare l’immagine di un esperimento di socialismo reale “alle porte” della cattedrale del capitalismo. Tuttavia, questa dimensione ideologica non bastò a compensare le difficoltà economiche strutturali, aggravate dall’embargo statunitense, ulteriormente irrigidito dopo il crollo dell’Urss e con la presidenza di George H.W. Bush.

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Nonostante risultati significativi nei sistemi sanitario ed educativo, la qualità della vita rimase segnata da carenze croniche. Il governo cubano, dopo lo sfaldamento dell’Unione Sovietica, cercò di reagire alle sanzioni statunitensi puntando sul turismo internazionale e rafforzando i legami con il Venezuela di Hugo Chávez, fondamentale per il sostegno energetico ed economico. Ma l’isolamento e la globalizzazione crescente resero sempre più difficile sostenere il sistema anche se dal 2008 il comando era passato dall’ammalato Fidel al fratello Raúl.

Un parziale disgelo si verificò con Barack Obama, che ristabilì relazioni diplomatiche e visitò L’Avana nel 2016, nell’anno storico segnato anche dalla morte di Fidel Castro. Tuttavia, l’arrivo di Trump alla Casa Bianca segnò una nuova inversione di rotta, con un rafforzamento delle sanzioni e il tentativo di indebolire l’asse tra Cuba e Venezuela. Nel frattempo, la leadership cubana passò da Raúl Castro a Miguel Díaz-Canel, in un contesto sempre più fragile. Le proteste del 2021, esplose a causa della crisi economica aggravata dalla pandemia, furono represse ma misero in luce un malcontento diffuso e una crescente ondata migratoria.

Oggi la situazione appare ancora più critica. L’isola riesce a coprire meno della metà del proprio fabbisogno energetico e soffre di frequenti blackout. Le pompe di benzina sono vuote e la carenza di carburante per gli aerei ha drasticamente ridotto il turismo. Le conseguenze si riflettono sui servizi essenziali, dalla sanità alla distribuzione alimentare, aggravando le condizioni di vita della popolazione che appare sempre più allo stremo.

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A cercare di coprire l’assenza della politica internazionale, impegnata a mantenere equilibri sempre più difficili, si sono sviluppate iniziative di solidarietà internazionale, come la spedizione della Nuestra América Flotilla, che sta portando aiuti umanitari. La Russia vuol dimostrare interessata solidarietà e proprio in questi giorni ha fatto arrivare una petroliera, dopo tre mesi di assenza, al porto di Matanzas. Tutti interventi, questi, che sembrano inserirsi in un delicato equilibrio geopolitico, non apertamente ostacolato dagli Stati Uniti. In questo scenario, diversi osservatori sottolineano come il nazionalismo stia progressivamente sostituendo il socialismo come elemento centrale della legittimazione interna del regime, rafforzato proprio dalla percezione di una minaccia esterna.

La questione Iran sta preoccupando Trump al di là delle sue solite battute contraddittorie con i giornalisti sulla porta della cabina presidenziale dell’Air Force One. Certo che appena sbrogliata la pratica persiana tornerà a puntare anche Cuba con la speranza che nel frattempo avvenga una nuova rivoluzione che spazzi via i dirigenti e il loro sistema. Non importa se ciò comporterà vittime e non avrà transizione democratica, quello che interessa Trump è che, in quel clima, sarà più facile riprendersi il controllo di quell’isola dove nel 2008 aveva già tentato la registrazione del suo marchio per una varietà di attività commerciali, tra cui investimenti in immobili, hotel, casinò e campi da golf. Questa è la nuova politica. Dollari e potere, niente altro.

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