di Caterina Abate
Nel Portogallo salazarista brindare alla libertà era un gesto al contempo coraggioso e avventato: poteva senza remore condurti in carcere. Successe a due studenti di Coimbra, nel gennaio del 1961, colpiti dalla repressione politica negli anni della dittatura di Salazar. A migliaia di chilometri, l’avvocato londinese Peter Benenson, apprese la notizia da un giornale. Lungi dal restare indifferente di fronte alle ingiustizie del mondo, divenne il padre di una campagna di mobilitazione internazionale che portò alla nascita di Amnesty International e alla salvezza di molti innocenti nel corso degli anni.
Sul ‘The Observer’ il 28 maggio 1961 venne pubblicato The Forgotten Prisoners: “Chi legge il giornale prova un senso di impotenza nauseabondo. Eppure se questi sentimenti di disgusto diffusi in tutto il mondo potessero unirsi in un’azione comune, si potrebbe fare qualcosa di efficace”, così iniziava l’articolo, che faceva subito leva sulla sensibilità dei lettori, e sulla capacità di condividere tutti lo stesso dolore. Il focus di Benenson dai due studenti di Coimbra si faceva inoltre plurale, la volontà era di far luce su tutti i “Prigionieri di coscienza”, dimenticati in carcere “su entrambi i lati della Cortina di Ferro e di Bambù […] senza processo, perchè le loro opinioni politiche o religiose differiscono da quelle dei loro governi”.
Casi simili a quello degli studenti portoghesi si ripetevano in entrambi i blocchi della Guerra Fredda. Intenzione di Benenson non era schierarsi da una delle due parti, ma lottare affichè le libertà civili fossero rispettate ovunque. L’appello ai lettori su un giornale pubblico, dimostrava che la difesa dei diritti civili, non fosse una questione di cui dovevano occuparsi solo i governi, ma che invece fosse responsabilità collettiva, e anche i cittadini comuni potevano e dovevano mobilitarsi in tal senso. Grazie alle traduzioni in altre lingue e alla pubblicazione in giornali e riviste estere, l’Appael for Amnesty, cioè l’ “appello all’amnistia” si diffuse capillarmente: dalle campagne di sensibilizzazioni, tramite lettere ai governi e petizioni, molti prigionieri di coscienza ottennero così la libertà.
Si stima che dal 1961 siano state oltre 50.000 le persone, uomini e donne che Amnesty International ha contribuito a liberare. Nel tempo l’organizzazione non governativa ha ampliato il suo raggio di azione, occupandosi anche di quanti sono perseguitati per ragioni etniche, di orientamento religioso o sessuale, in difesa dei rifugiati, chiedendo il rispetto del diritto internazionale umanitario durante i conflitti.
In tempi come i nostri, stiamo disimparando ad indignarci, assistiamo a certa politica che svilisce le azioni umanitarie e persino attivisti vilipesi nel corpo e nella credibilità. È per questo quanto mai importante ricordare soprattutto oggi il piccolo gesto di Peter Benenson, finito per risultare grande negli anni in termini di salvezze di vite umane.