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Ebola, tra reale minaccia e i definanziamenti all'OMS

Ad est della Repubblica Democratica del Congo gli ultimi mesi hanno visto il propagarsi di un nuovo ceppo di ebola. L'intervista alla dottoressa Roberta Villa.

Ebola, tra reale minaccia e i definanziamenti all'OMS
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18 Giugno 2026 - 11.51


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di Caterina Abate

Negli ultimi mesi tra Repubblica Democratica del Congo e Uganda è in corso un’epidemia di un nuovo ceppo del virus ebola, il Bundibugyo, che sta preoccupando la comunità internazionale. Eppure non dovrebbe essere solo quello a doverci preoccupare dentro e fuori dall’Africa, oggi, come nel futuro. Abbiamo parlato di ebola, di come l’OMS sta cercando di contenere la diffusione, della probabilità che si possano sviluppare altre situazioni pandemiche e di come queste vadano affrontate, con la dottoressa Roberta Villa, giornalista scientifica, laureata in medicina e chirurgia, collaboratrice di Repubblica, Domani, Le Scienze, Wired e in passato del Corriere della Sera.

Ebola malattia della compassione, ma anche “malattia di gente povera nei paesi poveri”. Se la prima è una definizione letta in un suo articolo, la seconda è una dichiarazione dell’ex vice presidente generale dell’OMS, Marie Paule Kiney, sul disinteresse a risolvere la questione Ebola in Centr’Africa. Cosa ne pensa? 

Purtroppo è così. C’è un filone di malattie, le neglected diseases, dimenticate, che non attirano interessi da parte delle aziende farmaceutiche, perché i costi della ricerca e dello sviluppo di farmaci e vaccini non avrebbero un ritorno economico. Dopo la grande epidemia di Ebola del 2013-2014, e con l’accresciuta sensibilità nei confronti delle minacce pandemiche, è aumentata l’attenzione nei confronti di infezioni pericolose come questa, anche attraverso il supporto di fondazioni e il coordinamento di impegni internazionali. Per Ebola, in particolare, sono stati autorizzati due vaccini, che però sono diretti al virus Zaire, quello più comune, e non a quello responsabile dell’attuale epidemia, detto Bundibugyo. Ma in questo momento, al di là degli scarsi investimenti in ricerca medica, la vera criticità deriva dal venire meno del supporto sul campo da parte degli Stati Uniti e di altri  attori occidentali. 

Quella che si sta verificando attualmente tra Repubblica Democratica del Congo, Uganda, Sud Sudan, Rwanda è la terza epidemia di ebola da quando nel 1976 è stato isolato il virus. La situazione epidemica oggi è effettivamente più grave rispetto alle precedenti? 

Sì, in effetti quest’epidemia che si sta verificando nella Repubblica Democratica del Congo e, con un andamento per ora più contenuto, in Uganda, ci preoccupa di più di tutte le  precedenti. Prima di tutto per quello cui accennavo prima: sia per i tagli alla cooperazione di molti governi, sia per la grave situazione di guerra e instabilità dell’area, è venuta meno una serie di strutture in loco, e soprattutto il loro personale, che in passato permettevano una più celere identificazione dei primi casi, il tracciamento dei contatti e di conseguenza il contenimento della diffusione del virus. Inoltre, come dicevo, l’ebola virus responsabile di questa epidemia è Bundibugyo, che sfugge ai test più comuni diffusi sul territorio, studiati per quello tradizionale, il virus Zaire. Soprattutto per carenza e inappropriatezza dei test, oltre che per mancanza di risorse umane ed economiche, il virus è sfuggito al controllo. Infine, il numero di operatori sanitari viene ulteriormente compromesso dai contagi che li coinvolgono, a causa della scarsa disponibilità di dispositivi di protezione. Ciò è ovviamente molto preoccupante. 

Come ha deciso l’OMS di muoversi per gestire la situazione epidemica? 

L’Oms ha dichiarato immediatamente l’emergenza di sanità pubblica di interesse internazionale (PHEIC, Public Health Emergency of International Concern), subito dopo essere stata informata della situazione in atto. Tedros Adhanom Ghebreyesus, il direttore generale, in queste settimane torna spesso in Congo e in Uganda per coordinare le operazioni sul posto. Pur soffrendo del calo dei finanziamenti conseguente soprattutto alla fuoriuscita dall’organizzazione degli Stati Uniti, che ne era uno dei principali finanziatori, mi sembra che l’Oms stia mettendo il massimo impegno con i mezzi che ha nel contenimento di quest’epidemia.

Con la politica dell’America First di Trump si è visto il definitivo smantellamento dell’USAID e poi la rimodulazione dei programmi di aiuti sanitari e umanitari. Uno studio pubblicato dal The Lancet nel 2025 ha evidenziato come la riduzione dell’assistenza sanitaria e umanitaria degli Stati Uniti verso i paesi poveri avrebbe contribuito, nei prossimi cinque anni a oltre 14 milioni di morti evitabili nel mondo, di cui un terzo bambini sotto i cinque anni. 

Infatti, ebola è solo un campanello di allarme. Paradossalmente, anche le popolazioni locali sono più preoccupate, oltre che della guerra, di malaria, AIDS, altre malattie infettive e non, che il ritiro degli statunitensi permette di tornare a flagellare la popolazione.

Tornando al virus dell’ebola, la cui nuova epidemia è provocata come abbiamo detto dal ceppo del Bundibugyo, pare che CEPI insieme all’Università di Oxford e al Serum Institute Indiano stiano lavorando ad un vaccino. È un’informazione che ci può confermare? Quanto tempo potrebbe servire e quanto dovrebbe essere effettivamente capillare per scongiurare le probabili prossime epidemie? 

Sì, si sta utilizzando la stessa piattaforma ad adenovirus utilizzata per il vaccino anti-covid commercializzato da AstraZeneca. Questo tipo di vaccino, come quelli a mRNA, sono più adatti di quelli tradizionali a rispondere a minacce infettive improvvise, perché sono già pronti, in un certo senso, hanno già passato molte delle più complesse fasi di ricerca e sviluppo. Basta cambiare l’informazione portata dal vettore, in questo caso indicando bundibugyo come bersaglio, per poter ottenere un prodotto finale in tempi molto più brevi. Ma un conto è avere il vaccino, un conto è produrlo su scala industriale per decine di milioni di persone, come quelle esposte a questa epidemia. È un segnale positivo, ma comunque non una soluzione immediata. 

In questi giorni si stanno svolgendo i Mondiali di calcio, che quest’anno si giocano tra Stati Uniti, Canada e Messico. Trump ha persino dichiarato che se l’ebola arrivasse in America “la colpa sarebbe dell’Europa”. La situazione sanitaria in Repubblica Democratica del Congo è già quindi una delle principali questioni di polemica di questi campionati. Potrebbe compromettere la partecipazione della squadra congolese ai Mondiali? 

Si è parlato molto dei limiti imposti alla squadra della nazionale della Repubblica Democratica del Congo, che dopo molti anni è riuscita a qualificarsi ai mondiali. Sarebbe stato molto ingiusto non includerla, anche perché i suoi giocatori vivono e giocano in Europa e tutta la squadra da molto tempo non torna nelle aree colpite dall’epidemia. A causa di ebola, per evitare qualunque rischio, è stata annullata anche una manifestazione che si doveva tenere a Kinshasa prima della partenza dei mondiali. Quindi non ci sarebbe stata nessuna ragione per escluderla. 

In poco più di un mese siamo passati dalla paura per Hantavirus a quella per il nuovo ceppo di Ebola, con i media che hanno cavalcato entrambe le notizie anche se in modi molto differenti. Mentre il primo ha sortito più preoccupazione perché ad essere contagiati erano europei (seppur “solo” tre), mentre più indifferenza hanno incontrato le centinaia di vittime dell’ebola nel Centr’Africa. C’entra molto il razzismo post colonialista interiorizzato che fa parte di noi europei volente o nolente. Si può scardinare quest’empatia selettiva? E se si come? 

L’empatia selettiva ci scandalizza, quando ci facciamo caso, ma in parte è un sano meccanismo di difesa che tutela la nostra salute mentale. Se dovessimo preoccuparci allo stesso modo di tutte le tragedie che affliggono l’umanità, soprattutto oggi che siamo esposti a tutte le informazioni su tutto ciò che accade in tutto il mondo, non potremmo più vivere. Per questo il nostro cervello applica  inconsciamente un filtro. Ciò non significa, però, disinteressarsi di quel che accade alle popolazioni più martoriate. Razionalmente poi, sarebbe giusto tenere conto che viviamo tutti in un unico mondo. Anche se è molto improbabile che Ebola possa diffondersi al di fuori dell’Africa, è vero che quest’epidemia va ad aggravare povertà e disperazione in quelle zone remote, ma ormai connesse in molti modi alla nostra vita quotidiana: pensiamo ai flussi migratori, all’instabilità geopolitica, all’estrazione di terre rare. Tutto questo ci riguarda direttamente. 

Ebola, Hantavirus, epidemie o pandemie. Tra percezione del rischio e rischio reale di una pandemia globale, insomma, c’è un pericolo pandemico concreto per il mondo intero come fu sei anni fa, per qualsiasi tipologia di virus? 

Ebola è la malattia che a noi fa più paura, sia per la sua letalità, che per le sue conseguenze, ma anche perché in Occidente è stata oggetto di una narrativa dal taglio horror, anche attraverso libri e film. Per le popolazioni del Centr’Africa invece è solo una minaccia fra tante. Ho sentito la dichiarazione di un abitante della zona che diceva: “Mi fa più paura essere colpito da un machete che dal virus ebola”. Poi c’è la malaria, che fa molte più vittime. Ad aggravare il problema c’è anche la distruzione dei sistemi sanitari dovuta alle crisi politiche e alle guerre che proseguono nella zona da anni. E questa attenzione prevalente su ebola rispetto a tutto il resto è una delle cause di ostilità fra la popolazione locale e gli occidentali, medici e cooperanti. 

Occorre preoccuparsi di un’imminente pandemia?

In realtà il rischio pandemico c’è sempre. Non sappiamo quando, ma gli esperti non hanno dubbi che prima o poi arriverà un’altra pandemia. Le condizioni infatti ci sono tutte, e con il passare del tempo non fanno che aggravarsi. Tra le cause c’è l’aumento del numero e della rapidità di spostamento delle persone da una parte all’altra del pianeta, ma ancora di più l’avanzare delle attività umane in aree prima selvatiche, accentuate dalla deforestazione. Ciò facilita i contatti con virus  sconosciuti, che sappiamo esistere nei serbatoi animali. Questi contatti via via si fanno sempre più probabili, sia per la crescita della popolazione, sia per la crisi climatica, sia per le guerre e l’instabilità geopolitica che crea ondate di profughi in cerca di cibo e riparo. Sono tutte situazioni che aumentano la fame, e quindi la ricerca di fonti proteiche, per cui è più facile che ci si cibi di animali della foresta, la così detta bush meat

Ed oggi riusciremmo a far fronte ad una probabile nuova situazione pandemica?

Oggi avremmo molti più strumenti di un tempo per contenere il rischio, certo. Tuttavia, a distanza di anni, nonostante la continua negoziazione in corso, non sono stati ancora approvati i dettagli dell’accordo pandemico tra le nazioni (da cui l’Italia a oggi si è astenuta) che consentirebbe di rispondere nel miglior modo possibile a un’eventuale nuova minaccia. La bozza di accordo prevederebbe infatti un meccanismo, detto PABS (Pathogen Access and Benefit-Sharing) che da un lato impegna tutti i governi a condividere eventuali agenti infettivi (o le informazioni a loro riguardo, per esempio la sequenza genica di un virus), dall’altro a mettere a disposizione di tutti, anche dei Paesi più poveri, test, farmaci e vaccini che grazie a queste informazioni possono essere prodotti. L’accordo quindi non coinvolge solo gli Stati, ma anche le aziende farmaceutiche, e muove interessi economici enormi. Per questo non si riesce a trovare una quadra. A parole infatti tutti hanno dichiarato di aver imparato la principale lezione del covid, cioè che le pandemie vanno affrontate, uniti, con un approccio globale, non in maniera egoistica. Di fatto, però poi  questo non avviene, perché tutti vogliono difendere i propri interessi. I Paesi ad alto reddito vorrebbero che quelli a minor reddito rendessero subito noti le sequenze o i campioni di virus non appena questi vengano individuati, però poi non sono disposti a condividere allo stesso modo i farmaci e i vaccini che a partire da quest’informazione sono in grado di produrre. E su questa negoziazione si sta continuando a perdere tempo. Per questo, proprio in questi giorni, alcuni tra i più importanti scienziati del mondo in ambito sanitario hanno firmato una lettera rivolta ai potenti della terra con la richiesta di accelerare i negoziati.

Se si ripresentasse un’analoga situazione, come ritiene debbano comportarsi gli stati? Anche alla luce dei forfait di quegli stati come gli USA usciti dall’OMS

Si deve rispondere in maniera unitaria, pur nel rispetto di tutte le differenze culturali o locali. Ma il tipo di risposta deve essere univoca e unanime. I virus non conoscono confini o frontiere. Ci vuole una risposta coordinata, dominata dalla massima trasparenza: tutti devono sapere ciò che c’è da sapere, in modo da poter rispondere al meglio. Per fare un esempio, bisognerebbe evitare che un paese accumulasse un numero di mascherine o vaccini superiore alle sue necessità, mentre chi è sul campo ad affrontare l’infezione è costretto a farlo senza protezione. Oggi l’OMS è indebolita, fa fatica a svolgere questo ruolo, ma resta la volontà e l’interesse di voler seguire questa strada. A porre limiti e paletti mi sembra sia più l’interesse dei singoli stati, soprattutto in questa cultura un po’ sovranista che sta dilagando. Questo rischia di esporci in maniera grave, quando, si ripresenterà la prossima minaccia pandemica.

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