Ridere non è sempre la stessa cosa: uno studio lo dimostra

Analizzando le stimolazioni cerebrali in pazienti con epilessia, i ricercatori hanno mappato i circuiti della risata spontanea e di quella intenzionale

Ridere non è sempre la stessa cosa: uno studio lo dimostra
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redazione Modifica articolo

6 Luglio 2026 - 18.14


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In futuro la ricerca neuroscientifica potrebbe svelare come una semplice risata sia in grado di modulare la percezione del dolore. È questo uno dei prossimi obiettivi di Fausto Caruana, ricercatore dell’Istituto di Neuroscienze del Consiglio Nazionale delle Ricerche (In-Cnr) di Parma, il quale ritiene che il suo studio sulla risata, condotto insieme a Sophie Scott dell’University College di Londra, potrebbe rappresentare “una sorta di stele di Rosetta” per decodificare molteplici aspetti della comunicazione e della linguistica.

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Proprio per comprendere queste dinamiche lo studio, pubblicato sulla rivista Trends in Neurosciences, ha proposto l’esistenza di due circuiti cerebrali distinti, come sottolinea Elisa Buson su Ansa.it. Il primo è quello della risata spontanea, una risposta evolutivamente più antica che si sarebbe sviluppata durante il gioco fisico degli animali, come segnale per disinnescare l’aggressività e consolidare i legami sociali. I ricercatori hanno scoperto che coinvolge le regioni del controllo motorio e della regolazione emotiva, la cui stimolazione provoca risate accompagnate da miglioramento dell’umore, euforia e ilarità. Al contrario, il circuito della risata intenzionale si è sviluppato molto più tardi, sovrapponendosi alle aree cerebrali che oggi utilizziamo per parlare, confermando che si tratti di una risata legata più alla conversazione. Questo interessa esclusivamente le aree del controllo motorio del sorriso: produce l’atto fisico del ridere, ma senza scatenare una reale emozione positiva.

Per mappare queste differenze, i ricercatori hanno analizzato i dati clinici provenienti dalle stimolazioni cerebrali eseguite su pazienti svegli prima di interventi chirurgici per l’epilessia, incrociandoli con studi clinici e sperimentazioni animali. Durante questi test, la stimolazione elettrica di specifiche zone provocava involontariamente delle risate che i pazienti stessi potevano descrivere in tempo reale.

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Nella vita di tutti i giorni, la risata volontaria è in realtà quella che usiamo di più: serve a sincronizzarci con gli altri, se osservate delle persone che conversano, le vedrete ridere alla fine di una frase e poi respirare insieme, poiché quando le persone parlano tra loro la risata volontaria inizia e finisce molto rapidamente. Quella involontaria, invece, è la classica crisi di riso incontrollabile che esplode all’improvviso e che non riusciamo a frenare.

I risultati di questa ricerca non solo aiutano a decifrare l’uso sociale delle vocalizzazioni, ma offrono anche un contributo fondamentale per comprendere certe malattie talvolta associate a risate incontrollabili, come quella di Alzheimer e la schizofrenia.

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