di Giada Zona
Sempre più persone viaggiano, ma ognuno lo fa in modo diverso: chi per estrema necessità, chi va in villeggiatura e chi ha abbandonato questa tradizione. C’è chi fa escursioni, chi si reca in altri Paesi per conoscerne la cultura, chi lo fa per puro piacere. Abbiamo così riascoltato un podcast del Post “Siamo turisti o viaggiatori? Con Marco Aime” per fare un passo indietro nella storia e capire come siamo arrivati alle attuali, diversificate forme di turismo.
L’antropologo Marco Aime ci dice che innanzitutto il viaggio non è un’esperienza univoca, suggerendo che bisogna allontanarci da chi legge il viaggio come un fenomeno intrinsecamente positivo. Claude Lévi-Strauss, per antonomasia, scriveva “odio i viaggi e gli esploratori” in “Tristi Tropici”; al pari di lui, molti altri intellettuali nutrivano un’aperta avversione per il viaggiare. Ma l’antropologo strutturalista odiava gli esploratori che viaggiavano per puro piacere, mentre lui concepiva il viaggio come strumento di conoscenza e arricchimento culturale. Oggi avrebbe molto da dirci.
Marco Aime riconduce il viaggio ad una curiosità di quello che definisce animale umano, ripercorrendo i viaggi che vanno da Aristotele a Dante, dove l’ignoto diventa qualcosa da scoprire. Senza indulgere in una lettura romantica, l’antropologo Aime ci ricorda che viaggiare assolve anche la funzione di conquistare risorse. Arrivando al Settecento, Aime chiama in causa i bisogni edonistici dei viaggiatori; pensiamo ai viaggiatori in Italia, meta prediletta perché molti ne erano affascinati per l’arte e l’architettura. Poi il turismo è diventato anche piacere, un cambiamento che affonda le sue radici nella nascita delle ferie lavorative, quando il viaggio si trasforma in occasione di riposo e di sospensione dalla quotidianità, dal luogo in cui si lavora. Il viaggio diventa così un’esperienza per evadere, per osservare gli altri, ma anche per svolgere diverse attività.
Seguendo questa traiettoria storica giungiamo infatti al turismo di massa. Nel secondo dopoguerra in Occidente si afferma l’ideologia del benessere seguita dai cosiddetti voli “low cost”. Se prima le tariffe risultavano accessibili esclusivamente alle classi alte, adesso i prezzi si abbassano e viaggiare cessa di essere una possibilità elitaria. Con l’apparente crescita del benessere e con l’ingannevole mutamento storico che pareva favorevole, si creano condizioni socio-economiche destinate a intrecciarsi con profonde trasformazioni culturali. Se prima il viaggio era sinonimo di fatica, qui ci troviamo in una fase in cui esso diventa puro godimento e marcatamente identitario. Una reazione a catena: il viaggiatore si mette in cammino, (ri)crea la propria identità, da cui nascono fotografie e narrazioni che con diverse probabilità verranno poi esposte sui social network, dove il racconto di noi stessi coincide con un pubblico da soddisfare.
Se nel Novecento molte famiglie si concedevano la villeggiatura, oggi questa tendenza persiste ma si accosta alla propensione a spostarsi attraverso Paesi diversi, in una concezione del viaggio che fa perdere di vista la figura del turista che si confonde con quella del viaggiatore. Certamente è anche in questo passaggio che Aime vede l’aspetto antropologico, suggerendo che se la villeggiatura simboleggiava stanzialità, a questa si aggiunge l’idea che la vacanza non debba esaurirsi in quella ma che possa tradursi in un’esperienza più nomade. Questo passaggio è dato anche dal cambiamento delle condizioni socio-economiche e dal sorgere negli anni ‘70 di agenzie viaggi che offrono pacchetti oltre l’Occidente, come in Africa e in America Latina. Il rischio è quello però di scivolare in viaggi esotici che rispondono a bisogni puramente edonistici.
Attualmente si discute infatti di “hypermobile tourism”, ovvero la tendenza a viaggiare continuamente per periodi brevi e visitando diverse destinazioni. A questo si aggiunge il “turismo estrattivo”, termine coniato nel 2021 da Vijay Kolinjivadi, professore associato alla Concordia University di Montréal, per riferirsi ai viaggiatori che vedono nei luoghi da loro visitati un modo per arricchire il proprio status e il proprio capitale simbolico. Questi due termini suggeriscono quindi la tendenza di un viaggio breve, che si traduce in un’esperienza superficiale, priva di arricchimento culturale e di investimento emotivo, che sfrutta la bellezza e l’identità dei luoghi per soddisfare bisogni individualistici.
L’ hypermobile tourism è dunque un’inevitabile conseguenza del capitalismo sfrenato: gli esploratori non possono permettersi di perdere tempo e devono dunque soddisfare le richieste capitalistiche di estrema produttività, con il (triste) risultato di doversi accontentare di molti viaggi ma con tempi di permanenza sempre più brevi. Ed è qui che ritorna, attualissima, la celebre frase “odio i viaggi e gli esploratori”: se viaggiamo assecondando il tempo sempre più frenetico dettato dal capitalismo e scattando fotografie da cartolina, che cosa rimane nei nostri immaginari delle culture, delle tradizioni, dei luoghi che ci accolgono e delle persone con cui viaggiamo?