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Immigrazione: calano gli arrivi in Europa e sale la tensione politica

Eppure chi sale su un barcone non parte per sfidare uno Stato o per dare ragione a uno schieramento politico, ma immagina che dall'altra parte del mare possa esserci una possibilità di vivere meglio. Vale la pena ricordarlo proprio mentre ricorre il settantesimo anniversario della tragedia di Marcinelle dove morirono 262 minatori, 136 dei quali italiani.

Immigrazione: calano gli arrivi in Europa e sale la tensione politica
Ceuta
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Marcello Cecconi Modifica articolo

4 Agosto 2026 - 18.08


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I numeri raccontano una storia diversa da quella che domina il dibattito pubblico. Nei primi sei mesi del 2026 gli attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell’Unione europea sono diminuiti del 37% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Frontex ne ha censiti poco meno di 49 mila. La rotta del Mediterraneo occidentale, quella verso la Spagna, registra il calo più marcato (-67%), gli sbarchi in Italia si sono dimezzati (-55%), la Grecia segna un meno 29%, mentre anche la rotta balcanica continua a restringersi (-24%). L’agenzia europea attribuisce il risultato alla cooperazione con i Paesi di partenza e di transito e alle misure di prevenzione adottate negli ultimi anni.

Naturalmente nessuno può sostenere che il fenomeno migratorio sia stato risolto. Le guerre continuano, le crisi climatiche si aggravano, gli squilibri economici tra Nord e Sud del mondo restano enormi. Ma è difficile continuare a raccontare un’invasione mentre i flussi irregolari diminuiscono in maniera così evidente.

Paradossalmente, proprio quando gli arrivi calano, cresce la tensione politica. Lo dimostra il duello diplomatico tra Roma e Madrid nato per la “strana” e ancora non compresa invasione di Ceuta, l’exclave spagnola in Africa. Il governo italiano, nell’occasione, ha accusato la Spagna di favorire l’immigrazione anche attraverso la regolarizzazione di circa mezzo milione di lavoratori stranieri. Un’accusa che, osservando i fatti, appare almeno parziale.

Anche il governo Meloni ha scelto di ampliare gli ingressi regolari attraverso il decreto Flussi, autorizzando l’arrivo di oltre 400 mila lavoratori extracomunitari in tre anni. Non è una contraddizione. È la presa d’atto di una realtà che accomuna quasi tutti i governi europei: nel contrastare l’immigrazione clandestina non significa rinunciare a quella regolare. Anzi, più si chiudono i canali illegali, più diventa necessario aprire quelli legali, soprattutto in economie che non trovano personale nell’agricoltura, nell’edilizia, nella logistica, nell’assistenza e in molti altri settori. A chiedere questi ingressi non sono stati i movimenti umanitari, ma il sistema produttivo.

Alla prova dei fatti, dunque, le differenze tra Italia e Spagna sono assai meno profonde di quanto suggeriscano le polemiche. Entrambi i governi cercano di rafforzare il controllo delle frontiere, entrambi vogliono ridurre gli sbarchi irregolari, entrambi autorizzano nuovi ingressi legali per rispondere alle esigenze del mercato del lavoro. Cambiano i toni, in parte le visioni, non la direzione di fondo.

È qui che entra in gioco la politica. Sull’immigrazione il consenso continua a misurarsi più sulle parole che sui provvedimenti. La competizione interna al centrodestra spinge a mantenere alta la pressione sul tema, anche perché ogni rilevazione demoscopica viene letta come un indicatore dei rapporti di forza futuri. La crescita di Roberto Vannacci nei sondaggi viene osservata con attenzione dentro la stessa maggioranza e contribuisce ad alimentare una corsa a chi appare più inflessibile. In questo clima, ogni sbarco diventa un caso nazionale, anche quando i numeri complessivi raccontano una realtà diversa.

Anche il ripristino dei controlli italiani alle frontiere interne di Schengen, ad esempio, ha suscitato più di un interrogativo sulla sua reale efficacia rispetto ai flussi migratori. È una misura che ha certamente molto più valore politico e che difficilmente incide sulle ragioni profonde delle migrazioni.

Nel frattempo il Mediterraneo continua a restituire la sua contabilità più crudele. I morti non seguono l’andamento dei sondaggi, non distinguono tra governi di destra e di sinistra, non conoscono le polemiche tra Roma e Madrid. Chi sale su un barcone non parte per sfidare uno Stato o per dare ragione a uno schieramento politico. Parte perché immagina che dall’altra parte del mare possa esserci una possibilità di vivere meglio.

Vale la pena ricordarlo proprio mentre ricorre il settantesimo anniversario della tragedia di Marcinelle. L’8 agosto 1956 morirono 262 minatori, 136 dei quali italiani. Anche loro avevano attraversato una frontiera inseguendo lavoro e dignità. La storia non si ripete mai nello stesso modo. Ma dimenticare da dove veniamo rende sempre più difficile capire chi oggi bussa alle nostre porte.

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