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Da Mattei a Descalzi, il cane a sei zampe tra indipendenza energetica e soccorso al governo

Nel giorno dell’anniversario della morte di Enrico Mattei, il confronto tra l’Eni delle origini e quella di Claudio Descalzi racconta il cambiamento del rapporto tra energia e politica

Da Mattei a Descalzi, il cane a sei zampe tra indipendenza energetica e soccorso al governo
Claudio Descalzi, Giorgia Meloni, Enrico Mattei (Immagine con IA)
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Marcello Cecconi Modifica articolo

27 Ottobre 2026 - 10.45


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Il 27 ottobre di sessantaquattro anni fa moriva Enrico Mattei. Lo schianto del suo Morane-Saulnier a Bascapè, nel 1962, interruppe il progetto dell’uomo che aveva trasformato l’Agip, destinata alla liquidazione, nel cuore dell’Eni. Ricordarlo oggi non significa indulgere nella nostalgia. Significa chiedersi che cosa sia diventata quella azienda che sfidò le Sette Sorelle e che oggi, paradossalmente, appare abbastanza potente da rappresentare uno dei pilastri su cui il governo Meloni si aggrappa per salvarsi dalla dura crisi energetica.

L’Eni di Mattei nasceva nell’Italia della ricostruzione. Il boom economico aveva bisogno di energia a basso costo, di infrastrutture e di una politica industriale capace di sottrarre il Paese alla dipendenza delle grandi compagnie angloamericane. Mattei intuì che il petrolio non era soltanto una materia prima ma anche uno strumento di sovranità. Per questo offrì ai Paesi produttori accordi più favorevoli rispetto a quelli imposti dalle Sette Sorelle, costruendo un modello che rompeva gli equilibri del mercato internazionale. Non era beneficenza, era interesse nazionale.

Oggi il cane a sei zampe vive un’altra stagione. Con Claudio Descalzi l’Eni è diventata una multinazionale globale, protagonista del gas, del petrolio e della transizione energetica, con utili miliardari e una presenza che attraversa Africa, Medio Oriente e Mediterraneo. Ma il contesto si è ribaltato. Non c’è più il boom economico da alimentare perché oggi c’è la guerra in Ucraina, il Medio Oriente in fiamme e un’Europa che scopre quanto la sicurezza energetica sia tornata a essere una questione geopolitica.

È qui che il confronto diventa politico. Per il governo Meloni il caro energia è una delle minacce più concrete alla tenuta del consenso. Bollette elevate e costi insostenibili per le imprese rischiano di trasformarsi rapidamente in un problema elettorale. Ecco perché l’Eni non è più solo una grande azienda partecipata dallo Stato ma un interlocutore decisivo nella ricerca di nuove forniture, nella stabilizzazione dei prezzi e nella gestione delle emergenze.

La differenza, però, è sostanziale. Se Mattei costruiva un’impresa pubblica per dare forza allo Stato, oggi è lo Stato che guarda alla forza dell’Eni come a una garanzia di stabilità. Il rapporto tra politica e cane a sei zampe sembra essersi capovolto.

Anche il Piano Mattei per l’Africa finisce inevitabilmente dentro questa contraddizione. Evocare il fondatore dell’Eni significa richiamare una stagione in cui l’Italia cercava di conquistare autonomia sfidando gli equilibri esistenti. Ma se la cooperazione con l’Africa diventa soprattutto uno strumento per garantire le nostre forniture energetiche e contenere i flussi migratori, il nome di Mattei rischia di restare un’etichetta più che un’eredità.

Forse il vero lascito di Enrico Mattei non sta nell’aver costruito un gigante industriale, ma nell’aver dimostrato che l’energia può essere una politica prima ancora che un mercato. La domanda che il 27 ottobre ci consegna è semplice. L’Eni di oggi sta ancora rendendo l’Italia più indipendente o sta semplicemente aiutando il Paese, e il governo di turno, a convivere con nuove dipendenze?

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