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La Fondation di Parigi celebra gli ultimi anni di Dubuffet, maestro dell'Art Brut del '900

Fino alla giornata di martedì 20 ottobre sarà possibile ammirare più di 150 opere create dall'artista transalpino nel periodo 1974-1985, durante il quale alcuni problemi di salute lo costrinsero a dipingere da seduto

La Fondation di Parigi celebra gli ultimi anni di Dubuffet, maestro dell'Art Brut del '900
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20 Settembre 2026 - 23.10


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Un “viaggio” tutto da vivere per raccontare quante più sfumature insite nella vena creativa di uno dei più particolari artisti francesi. Potremmo descrivere con queste poche, ma preziose, parole “Pulsions. Jean Dubuffet, gli ultimi anni (1974 -1985)“, una mostra che riunisce più di 150 opere del fondatore del movimento artistico dell’Art Brut, che fin dalla sua nascita (1945) punta a valorizzare le produzioni realizzate da non professionisti o pazienti dell’ospedale psichiatrico che operano al di fuori delle norme estetiche convenzionali (autodidatti, psicotici, prigionieri).

Il titolo dell’esposizione riesce a rendere perfettamente il concetto di arte che aveva Dubuffet: qualcosa che non cerca di essere ordinato o “bello” in senso scolastico, ma che vuole lasciare un segno, far rumore, mettere in moto lo sguardo e i pensieri degli osservatori che decidono di contemplare ogni caratteristica dell’opera.

La mostra, visitabile fino al 20 ottobre e curata dalla responsabile della collezione e degli archivi del museo privato “La Fabuloserie” Déborah Lehot-Couette, occupa ben tre piani della Fondation Dubuffet, istituzione nata nel 1973 per volere dello stesso scultore, pittore e scrittore nativo di Le Havre.

La rassegna racconta una fase in cui, a 73 anni e con problemi di salute che lo costrinsero a dipingere da seduto, Dubuffet aprì un nuovo capitolo della sua carriera dopo aver completato il ciclo Hourloupe (composto da oli su tela, disegni, passerelle, assemblaggi, sculture, architetture e costruzioni), durato 12 anni e riconosciuto a livello internazionale.

Il percorso insiste su un punto affascinante: anche quando i volti emergono da un intreccio “caotico” di colore, non è il disordine a comandare, ma la linea, quel filo che regge l’immagine e la trattiene “prima del precipizio”. Tra matita, bianco e nero e colore vivace fino alla violenza, l’umanità rappresentata appare grottesca ma non necessariamente negativa: sembra piuttosto una lente deformante per dire qualcosa di vero, effettivo, che si può toccare con le proprie mani.

Ciò che salta subito all’occhio, anche solo leggendo i numeri, è la potenza del “fare” che l’artista ha avuto durante l’ultimo decennio della sua vita: oltre 1.500 dipinti e più di 1.000 disegni totali realizzati. L’obiettivo della mostra è quello di insistere sull’impegno a rinnovare sempre il linguaggio, a cercare sempre e comunque nuove strade, forme, colori e materiali.

In un presente che spesso chiede di avere un “marchio riconoscibile” (e di ripeterlo all’infinito), Dubuffet ricorda a tutti che un’opera può essere in perpetua trasformazione senza perdere la sua identità. E che la maturità non è per forza il tempo della ripetizione ma, al contrario, può essere la “stagione” dell’audacia, del coraggio di osare.

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