Pochi giorni fa, dopo il confronto con il presidente della Regione Eugenio Giani e con le istituzioni senesi, da Via XX Settembre era arrivata la rassicurazione precisa che il Ministero dell’Economia avrebbe tenuto congelata la propria partecipazione in Mps per non interferire con le operazioni in corso.
A Cernobbio Freni ha detto che la quota del Mef sarà ceduta nel momento di maggiore convenienza per lo Stato e per i cittadini, ribadendo che il Governo non intende utilizzare quella partecipazione per condizionare il futuro della banca. Ora a leggere bene si capisce che le due posizioni non sono formalmente incompatibili, ma politicamente raccontano una realtà molto più scomoda con il Tesoro che sembra aver scelto di non giocare la partita industriale di Mps. E questo cambia molto.
“Congelare” la quota può significare semplicemente aspettare il momento migliore per venderla e massimizzare l’incasso. È la lettura più lineare, ed è quella che il Governo continua a offrire da tempo, anche se le rassicurazioni alle istituzioni senesi e toscane fatte dalla stessa Giorgia Meloni: “La banca non perda nome e identità”, avevano fatto pensare a qualcosa di più strategico per Siena e il territorio. Poi c’è l’altra lettura, politicamente assai più pesante. Se lo Stato non vende, ma contemporaneamente dichiara di non voler utilizzare la propria quota per orientare il consolidamento, allora quel 4,86% rischia di diventare una partecipazione congelata soltanto finanziariamente, non strategicamente. Non viene impiegata per difendere l’indipendenza di Mps, non viene impiegata per sostenere un progetto alternativo e non viene impiegata per negoziare condizioni più favorevoli per Siena. Si resta semplicemente a guardare.
E intanto sul tavolo c’è un’offerta concreta, quella di Intesa Sanpaolo che presentato un’Opas totalitaria su Mps e ha già previsto un accordo con Unipol per la cessione di un perimetro bancario comprendente circa 635 filiali Mps, proprio per affrontare le questioni antitrust. Ed ecco la domanda inevitabile. Se il Governo ha deciso di essere neutrale, neutrale rispetto a che cosa? Perché Mps, nel frattempo, non è rimasta ferma confermando una strategia alternativa (forse anche difensiva) mettendo sul tavolo le operazioni su Banco Bpm e Banca Generali. L’assemblea chiamata a decidere su queste mosse è fissata per il 29 ottobre, mentre Intesa, dal canto suo, procede con il proprio percorso e punta a portare avanti l’offerta nei prossimi mesi, aggiungendo, ma solo attraverso dichiarazioni mediatiche, generiche e fumose promesse per rendere il boccone meno amaro per Siena.
Ora il punto non è accusare il Governo di aver già deciso che Mps debba finire a Intesa e, per il suo perimetro bancario, a Unipol. Oggi non ci sono elementi sufficienti per affermarlo come un fatto ma di certo la linea scelta dal Tesoro con le dichiarazioni di oggi di Freni e Giorgetti, rendono quella soluzione sempre più difficile da contrastare politicamente. Per Siena la questione è enorme, perché qui non si discute soltanto di quanto farà cassa il Tesoro con la vendita delle ultime azioni Mps. Si discute di chi avrà in mano il destino industriale del Monte, quale perimetro resterà a Siena, quale ruolo avrà il marchio, quale sarà la sorte della rete e soprattutto quale spazio rimarrà a un progetto bancario autonomo.
Le rassicurazioni date a Giani e alle istituzioni senesi, quindi, non sono necessariamente smentite dalle parole di Cernobbio, ma certamente appaiono molto meno rassicuranti. Il Tesoro sta congelando la sua quota per aspettare il momento giusto, oppure sta semplicemente evitando di mettersi di traverso rispetto a un esito che il mercato e i grandi gruppi bancari hanno già iniziato a costruire? Perché se la seconda ipotesi fosse quella vera, Siena avrebbe diritto a saperlo perché a questo punto non servono altre rassicurazioni ma serve sapere quale Mps vuole il Governo quando lo Stato non sarà più azionista.