di Lorenzo Lazzeri
Non avevo ancora iniziato le peregrinazioni per il mondo quando venni qui la prima volta. Ci torno oggi in queste giornate particolari per il francescanesimo. Ho lasciato da poco “La Beccia”, un parcheggio poco distante dalla Strada provinciale della Verna; un alito fresco discende dai boschi circostanti. Mi incammino subito, con la mia fedele borraccia, su uno stradello lastricato in pietra, circondato di verde. Qui, apparentemente, gli alberi non hanno ancora sentito molto l’autunno avanzare.
Supero questo primo gruppo di case lungo un percorso indicato anche dal CAI. Appena fuori si inizia a salire lungo la mulattiera che fiancheggia il bosco; è conosciuta anche come Anzelice ed è l’antico accesso tradizionale al santuario della Verna.

Ho un brivido. Forse è l’aria fresca del bosco, forse il pensiero di trovarmi su un percorso sacro. Sento lo spirito della natura che mi circonda, percepisco le tracce delle migliaia di pellegrini che hanno percorso questo breve tratto di strada per raggiungere il poggio. Inizialmente la via è piuttosto dritta e agevole: non la ricordavo così comoda.
Mi fermo un momento, non perché sia stanco, ma per guardarmi intorno. La strada devia intorno a una roccia che funge da piedistallo per una statua di bronzo che sembra rappresentare due monaci dalla lunga tunica, intenti a portare un peso.
La salita si fa più ripida. Il bosco mi abbraccia con i suoi suoni e gli odori di muschio. Davanti a me un cancello e un lampione. È l’antico orto dei frati, purtroppo oggi non è aperto. Dietro il cancello si nasconde un intero ettaro dedicato alla bellezza delle erbe. Alte mura a secco proteggono una schiera di muriccioli che sostengono i suoi terrazzamenti, costantemente curati dai frati. La sua bellezza forse si nasconde proprio nell’ordine e nel dialogo con la natura circostante.
La salita continua, ma con orrore osservo un intruso: il fusto di un albero proveniente dal sud della Cina, un’infestazione nella bellezza. Come posso io lodare l’invasore? Con l’oscurità nel cuore continuo a salire per l’irta via, sempre più stretta.
Arrivo davanti a una chiesetta, dove la strada si stringe e curva in uno stretto gomito. Sono alla Cappella degli Uccelli. Non manca molto. Intravedo un muraglione e, al di sopra, edifici in pietra, certamente restaurati, perché la pietra sembra appena posata. Ancora un tornante, ma sono proprio sotto al monastero e, rassicurato, procedo.
Non sono più solo. Raggiungo un frate che avanza tranquillo e lo supero con un cenno di saluto.
Entro attraverso un antro arcuato. Mi fermo un istante perché questo è il luogo dove Francesco riceve le stimmate. Dovrebbe essere un luogo di accoglienza, di silenzio e di ascolto; almeno lo fu per me in un tempo passato, e mi chiedo se così sia rimasto.
Nel piazzale su cui mi affaccio vedo una chiesa, degli edifici, una cappella. Mi guardo intorno e, spaesato, cammino verso la balaustra. La vista è quella delle montagne del Casentino, verdi, scarsamente antropizzate. Una ragazza è seduta a guardare il panorama, rapita; il suo compagno è a fianco a lei, in piedi e in silenzio. Vi sono alcune persone che osservano, camminano, sembrano rapite.

Cammino intorno. Non so cosa mi aspettassi di ritrovare: quella sensazione di pace e di fuga dagli impegni, forse. Invece il luogo non lo sento più nel mio cuore come un tempo.
È forse cambiato il luogo? Le persone che lo frequentano? L’epoca? O sono forse cambiato proprio io e il modo con cui mi approccio alla vita?
Esco e mi avvio verso il lato del parcheggio, da dove in passato mi sono inoltrato per i sentieri del CAI, poi lungo un sentiero che costeggia il monastero e quindi nel bosco, più in alto.
C’è silenzio.
Mi siedo su una radice e ascolto. Forse ciò che cercavo quassù era rimasto qui, nel bosco. E forse solamente ora posso capire come Francesco parlasse con la natura e come in essa sentisse l’amore di Dio.