La Fondazione ha una missione precisa “Promuovere e supportare lo sviluppo socio-economico del Territorio e della Comunità di riferimento in una prospettiva di benessere diffuso e sostenibile, con un ruolo propositivo ed aggregante, grazie alla capacità di mettere al servizio delle Istituzioni, degli enti e delle imprese risorse, conoscenze e progettazioni innovative, in dinamiche di rete”. E allora c’è una domanda che, a Siena, merita di essere posta senza pregiudizi: e se il presidente della Fondazione, il notaio Riccardo Coppini, avesse cominciato a guardare oltre quell’orizzonte che oggi tiene testardamente impegnata la città.
È pur vero che Coppini si era espresso in Consiglio comunale, un mese e mezzo fa, con parole inequivocabili: “Sarebbe veramente un grosso dramma per Siena e per la sua gente, per il suo popolo, di cui io per primo faccio parte”. Ma gli scenari possono cambiare rapidamente. Se oggi il presidente ritiene percorribile proprio quella strada che allora suscitava tanta preoccupazione, è legittimo chiedersi che cosa sia cambiato. E, soprattutto, dovrà spiegare quali vantaggi intraveda per il territorio e quali garanzie ritenga necessarie.
La Fondazione non deve difendere bandiere, non alimentare guerre di posizione, non trasformare ogni partita finanziaria in una prova di fedeltà alla senesità. Questo ci spinge a chiedersi se Coppini, al di là delle appartenenze, abbia cominciato a valutare soprattutto ciò che accadrà a Siena il giorno dopo. Non si tratta di stabilire chi si contraddice di più o chi sia più senese, ma di capire quali siano le maggiori opportunità che il nuovo scenario possa offrire al territorio.
Un eventuale nuovo assetto bancario comporterebbe rischi, ma potrebbe anche aprire prospettive. Per Siena, i benefici concreti da perseguire sono: salvaguardia dei posti di lavoro, mantenimento delle competenze qualificate, accesso al credito per le piccole e medie imprese, sostegno agli investimenti, innovazione e capacità di trattenere giovani preparati che oggi rischiano di cercare altrove il proprio futuro.
È qui che la Fondazione potrebbe giocare la sua partita più importante. Se sarà in grado di conservare autonomia, patrimonio e finalità, potrebbe investire in ricerca, formazione, inclusione sociale, cultura e sostegno alle imprese capaci di creare occupazione qualificata. Potrebbe inoltre mettere in rete università, istituzioni, aziende e terzo settore, trasformando risorse economiche in progetti di sviluppo duraturo.
Se gli orientamenti dei principali azionisti di Mps segnalano un possibile cambio di scenario rispetto ad un mese fa, ignorarli potrebbe significare arrivare tardi al futuro. In altre parole, meno nostalgia per la banca che vorremmo e più futuro per la comunità che vogliamo costruire. Certo, a Siena il Monte non è soltanto una banca: è memoria, identità, orgoglio. Per questo ogni cambiamento rischia di apparire come una resa. Ma quel “libero mercato”, trasversalmente invocato a Roma, non aspetta che Siena trovi una posizione condivisa.
Proprio oggi, domenica 18, Banca Intesa Sanpaolo ha lanciato la campagna “A mano a mano”: Roberto Bolle, Castellitto padre e figlio, Ciccio Graziani e diversi imprenditori prestano volto e testimonianza a un racconto di lavoro, talento, impresa e valori condivisi. Ad accompagnarli è la canzone di Rino Gaetano che dà il titolo alla campagna, nella voce di Mina. Tra i protagonisti c’è anche Mario Piccini, titolare della casa vinicola Piccini 1882, imprenditore che vive e lavora nel territorio senese. Naturalmente, uno spot non è un programma economico e la partecipazione di Piccini non significa una sua presa di posizione sulla partita bancaria. Ma il contrasto è suggestivo perché proprio la banca al centro di una possibile svolta per Mps racconta, attraverso volti e storie d’impresa, la capacità di costruire insieme e guardare avanti.
Non siamo in guerra e Intesa non è un esercito invasore. Nessuno deve consegnare le chiavi della città al nemico. Si tratta di valutare gli scenari e prepararsi a governarli. Forse Coppini ha visto adesso una possibilità, forse ha soltanto scelto una strada diversa. Saranno i fatti a chiarirlo. Ma la fedeltà a Siena non si misura soltanto difendendo ciò che esiste: si misura anche costruendo ciò che ancora manca.
E magari, per una volta, il vero tradimento sarebbe scambiare la difesa di una posizione per la difesa del futuro della città