Credo esista un grande peccato di fondo nella discussione nata attorno ai tumulti a cui stiamo assistendo negli ultimi giorni. Che poi, ahimè, è un po’ il peccato che contraddistingue quasi ogni dibattito della scena pubblica contemporanea. Quello di dover necessariamente descrivere i fatti ed etichettare i manifestanti dicotomicamente, utilizzando tinte bianche e nere che escludono tutta la scala di grigi nel mezzo. La realtà è invece complessa, e bisognerebbe diffidare da chi non mostra la minima titubanza nello spiegare i fenomeni sociali. Soprattutto, oltre a limitarsi a constatare che decine di migliaia di giovani stiano sfondando le vetrine delle capitali europee, bisognerebbe avere l’onestà intellettuale di riconoscere che non tutti lo stiano facendo per le medesime ragioni.
Il punto non è tanto la violenza, lo spaccare le vetrine dei negozi. Il nocciolo della questione è perché lo si fa. E sì, credo che la violenza vada condannata sempre sebbene, lo dico brutalmente, pensare a una rivoluzione pienamente non-violenta è abbastanza utopico. L’indipendenza indiana non è passata solo attraverso la marcia del sale. Detto ciò, è lecito domandarsi quanti dei manifestanti cercassero effettivamente di “fare la rivoluzione”.
Che nella società contemporanea esista una mostruosa concentrazione della ricchezza è un dato di fatto che non può essere ignorato. È sempre bene ricordare che il 10% della popolazione possiede il 75% della ricchezza globale. E che l’1% più ricco è responsabile, tanto per citare qualche dato, del 15% delle emissioni cumulate di CO2. Sfondare una vetrina di Louis Vuitton può essere considerato un atto realmente rivoluzionario se rappresenta una forma di protesta verso un sistema economico profondamente iniquo, colpevole di produrre un bene di lusso per mezzo di una forza lavoro che spesso non può permettersi di acquistarlo.
Premesso ciò, quanti dei manifestanti sono stati mossi da tali ideali? E per quanti il caos degli scontri non ha rappresentato solo un espediente per ottenere il proprio oggetto di desiderio? Ovviamente non so rispondere, ma sono sicuro che esistano entrambi i gruppi. Ci sono poi altre narrazioni, sicuramente più romantiche e contraddistinte da un indubbio fascino, che ravvedono nei rivoltosi (rintracciati per lo più nei maranza) gli unici capaci di opporsi a una società totalizzante, una forza vitale che ci fa paura per la sua visceralità che rinnega qualsivoglia canone socialmente sedimentato. Dei futuristi, sotto alcuni punti di vista e come ho letto in sicuramente piacevoli commenti. Ma si tratta solo di esercizi e ricami da divertito intellettuale sovversivo, e credo poco altro.
Per come la vedo gli episodi a cui stiamo assistendo sono il frutto di tante forme di disagio, non necessariamente economiche, anche molto differenti tra loro. Difatti i giovani finiti in questura non provengono solo da famiglie in difficoltà, né sono solo stranieri o italiani. E poi perché no, può esserci pure la più autoreferenziale e autoconclusiva voglia di barbarizzare. Insomma, la violenza può essere una forma di rivolta, il frutto di una turba, come può essere fine a sé stessa.
Un fatto, in conclusione, desidero tuttavia evidenziare. Come anche questa volta l’accaduto sia stato strumentalizzato in funzione dello spettacolo e dell’utilità politica. E dunque via con l’opinionismo, con i salotti televisivi, con gli scontri tra il condannare e il comprendere le motivazioni. Di nuovo, però, i grandi assenti nel dibattito sono loro: i giovani. Inclusi i tanto criticati maranza. E allora di certo non si può giustificarli, ma quantomeno comprenderli.