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Il Presidente di “destra” e la scorciatoia della propaganda

Nel giorno dell'anniversario dell'elezione di Sandro Pertini vale la pena rileggere la storia del Quirinale. Dai liberali ai democristiani, dai socialisti ai cattolici democratici, i Presidenti della Repubblica hanno rappresentato culture politiche diverse. La vera questione resta la fedeltà ai principi della Costituzione nata dall'antifascismo.

Il Presidente di “destra” e la scorciatoia della propaganda
Il Presidente Pertini
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Marcello Cecconi Modifica articolo

8 Luglio 2026 - 08.13


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Dopo i due settennati di Sergio Mattarella sarebbe “naturale” eleggere finalmente un Presidente della Repubblica “di destra”. Da giorni ci sono dichiarazioni di Giorgia Meloni e dell’intera maggioranza che filtrano questo concetto destinato a galleggiare nel dibattito pubblico. Potrebbe essere proprio il ricordo di Pertini, il Presidente partigiano, eletto 48 anni fa, l’8 luglio 1978, a facilitare la scorciatoia propagandistica da parte di Meloni e C. D’altronde Fdi e la Lega sono impegnati a difendersi, per la prima volta, dalla loro ala estrema rappresentata da un Futuro Nazionale stimato in crescita.

L’affermazione del concetto meloniano contiene comunque una premessa implicita che è quella di dar per scontato che finora il Quirinale sia stato monopolio della sinistra o di una cultura politica ostile alla destra. Eppure la storia della Repubblica racconta qualcosa di molto diverso. La Presidenza della Repubblica non nasce come premio di maggioranza, ma come punto di equilibrio tra le istituzioni. Per questo, ogni elezione va letta dentro il proprio contesto parlamentare e storico, non con le categorie semplificate della propaganda.

Enrico De Nicola fu scelto dall’Assemblea costituente come figura di garanzia proveniente dalla tradizione liberale e monarchica, certamente non progressista. Luigi Einaudi, espressione del liberalismo classico, venne eletto nel 1948 con la forza della Democrazia Cristiana e dei partiti centristi. Conservatore sul piano economico e istituzionale. Con Giovanni Gronchi, nel 1955, il quadro si complica. Democristiano, appartenente all’ala sociale del partito, fu eletto grazie a una convergenza trasversale che comprendeva anche sinistra socialista e comunista. Era un cattolico riformatore più che un conservatore, convinto della necessità di aprire il sistema politico. Antonio Segni rappresentò invece il volto più tradizionale della Democrazia Cristiana. Era un moderato, agrario, conservatore, interprete dell’Italia centrista dei primi anni Sessanta.

Giuseppe Saragat, socialdemocratico e antifascista, eletto nel 1964, incarnava una cultura progressista ma saldamente occidentale e atlantica. Giovanni Leone, democristiano, nel 1971 fu il candidato dell’area moderata, eletto dopo una lunghissima votazione con il sostegno determinante delle destre parlamentari dell’epoca. Con Sandro Pertini il Paese scelse, nel 1978, una figura simbolo dell’antifascismo socialista e della Resistenza. Fu probabilmente il Presidente più identificabile con una cultura progressista, pur diventando rapidamente patrimonio comune degli italiani. Francesco Cossiga, eletto nel 1985, apparteneva alla Democrazia Cristiana, ma sfugge a qualsiasi classificazione rigida. Uomo delle istituzioni, cattolico moderato, concluse il mandato con posizioni spesso anticonformiste e persino di rottura.

Oscar Luigi Scalfaro, eletto nel drammatico 1992 di Tangentopoli e delle stragi mafiose, era un cattolico democristiano conservatore sul piano etico, ma rigorosamente costituzionale. La sua difesa dell’equilibrio tra i poteri dello Stato lo avrebbe poi reso un punto di riferimento contro ogni deriva personalistica. Carlo Azeglio Ciampi, eletto nel 1999, proveniva dalla cultura liberaldemocratica e repubblicana. Più che di sinistra o di destra, rappresentava l’europeismo, la stabilità finanziaria e il patriottismo costituzionale.

Giorgio Napolitano fu il primo Presidente proveniente dalla storia del Partito Comunista Italiano. Al momento della sua elezione, nel 2006, era però ormai uno dei maggiori interpreti della sinistra riformista e pienamente inserito nella tradizione europea della democrazia parlamentare. La sua rielezione nel 2013 rispose a una crisi istituzionale senza precedenti. Sergio Mattarella, eletto nel 2015 e riconfermato nel 2022, è figlio della cultura del cattolicesimo democratico. Non appartiene alla destra, ma nemmeno alla sinistra ideologica. La sua cifra è stata, e lo è ancora oggi, quella del costituzionalismo, dell’equilibrio e della difesa delle regole parlamentari.

Semplificando, De Nicola, Einaudi, Segni, Leone, Cossiga e, per formazione, Scalfaro appartengono all’area moderata o conservatrice del loro tempo; Gronchi, Saragat, Pertini, Napolitano e, con caratteristiche proprie, Mattarella e Ciampi si collocano invece nel campo progressista o riformatore. Ma soprattutto emerge che il Quirinale non è mai stato un monopolio della sinistra.

Il nodo vero, dunque, non è la destra. Il discrimine è quello della piena adesione ai principi della Costituzione nata dalla Resistenza, cioè all’antifascismo come fondamento storico e politico dell’ordinamento repubblicano. L’antifascismo non è una preferenza culturale tra le altre, ma il presupposto sul quale è stata edificata la Repubblica. Ed è qui che la discussione assume un significato diverso.

Quando si insiste sulla necessità di un Presidente “di destra”, occorre domandarsi quale destra si abbia in mente. Una destra conservatrice, europea, costituzionale, pienamente riconosciuta nella tradizione repubblicana oppure una destra che considera l’antifascismo un residuo del Novecento da archiviare, una memoria ingombrante da relativizzare, una cultura politica da sostituire?

Negli ultimi anni il governo Meloni ha tentato di modificare profondamente gli equilibri istituzionali con il progetto del premierato e la riforma della giustizia con un conflitto permanente verso una parte della magistratura. In parallelo, si è sviluppata una battaglia contro il mondo della cultura, dell’informazione, dell’università e della memoria storica, spesso descritto come un’egemonia da abbattere.

La questione, allora, non è se il prossimo Presidente possa essere di destra. È già accaduto, in forme e con culture diverse. La questione è se sarà un Presidente pienamente dentro la Costituzione repubblicana oppure il simbolo di una stagione che considera quella stessa cultura costituzionale un ostacolo da superare. È una differenza sostanziale. Ed è su questa differenza, non sugli slogan propagandistici, che si misurerà la maturità della nostra democrazia.

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